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5. COMUNITA` VIRTUALI E
NUOVI PROCESSI DELLA CONOSCENZA
Come già accennato nell'introduzione di questo lavoro, il presente capitolo è dedicato a presentare i nuovi processi della conoscenza nelle comunità virtuali.
Estrapolando taluni concetti dalle definizioni date nel quarto
capitolo, si possono dunque definire comunità virtuali tutte quelle forme di aggregazione, date dalla comunicazione telematica nel nonluogo del cyberspazio, tra individui che perseguono un medesimo obiettivo, finanche quello di poter dialogare con altri individui su interessi comuni e/o argomenti affini.
Sostiene Guglielmo Trentin, ricercatore dell'Istituto Tecnologie Didattiche del CNR,
[1]
"Le attività che si possono svolgere su una rete di elaboratori sono raggruppabili in tre diverse categorie: la comunicazione interpersonale, l'accesso remoto all'informazione e il suo trasferimento, l'elaborazione a distanza"
così come viene ben schematizzato nella seguente figura:

Fig. 5.1
Queste attività sottintendono una qualche forma di relazione tra gli individui, sai da un punto di vista personale che professionale.
Tali possono essere, ad esempio, le attività di ricerca, come nel caso del CNR che, nella sua distribuzione geografica conta 255 Istituti di Ricerca, 3 gruppi nazionali, 60 progetti seguiti (finalizzati e strategici).
[2]
Un altro esempio è dato dalla formazione a distanza, o in Rete, quale ad esempio quella della
Biblioteca di Documentazione Pedagogica
[3], per la consultazione di materiale online o lo scambio di esperienze attraverso i forum di discussione, ed il
"Progetto di Formazione in ingresso Docenti
Neoassunti" [4]
del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca.
Inoltre, esistono dei percorsi didattici online quali il "Progetto
Alice" [5]
del Ministero della Pubblica Istruzione, o il
Progetto ReteMar
[6]
per le scuole elementari della Regione Marche.
Infine, l'esempio forse più noto è quello del telelavoro che, come sostiene Contu, direttore della rivista
Télema,
"[...] è una realtà. E' una realtà che ha degli aspetti estremamente positivi, [...] (come) ha anche dei risvolti negativi. [...] Il telelavoro non l'abolirà mai il posto di lavoro, però potrà veramente modificare gli assetti, i rapporti tra l'azienda e il lavoratore."
[7]
Quello che però si vuole presentare in questo capitolo è un nuovo modello di apprendimento delle conoscenze, un modello che ha avuto il suo inizio nell'ambito della programmazione di software per i personal computer, ma che sta in questi ultimi anni prendendo sempre più piede in diversi ambiti, dall'economico al sociale, finanche il politico ed il filosofico.
Per introdurre questo nuovo modello occorre però definire prima alcuni concetti chiave: l'etica hacker e la filosofia Opensource.
5.1 L'ETICA HACKER
I media tradizionali forniscono una definizione di hacker come colui che penetra nei sistemi informatici altrui per compiere atti vandalici, o di spionaggio, o altri reati. Questa definizione non è esatta: la dizione più corretta, per questi personaggi, è quella di "pirata informatico", che nulla ha a che vedere con l'hacker. Il "Jargon File"
[8] definisce queste persone "crackers"
[9], ovvero
"colui che distrugge la sicurezza di un sistema. Coniato dagli hacker intorno al 1985 per difendersi dal cattivo uso giornalistico di 'hacker'".
Il termine hacker deriva dall'inglese "to hack" [10], ovvero, letteralmente, "tagliare, fare a pezzi", e nasce, sul finire degli anni '50, presso il
MIT (Massachussets Institute of Technology)
[11] di Cambridge, Massachusetts, USA. In questa università esisteva all'epoca un gruppo di appassionati di modellismo ferroviario, il Tech model railroad club (Tmrc), la cui caratteristica principale era quella di costruirsi ogni singolo pezzo dei plastici ferroviari, dedicando gran parte del tempo soprattutto alla realizzazione dell'impianto automatico che regolamentava il sistema:
"Questa parola proveniva dal vecchio gergo del MIT: il termine 'hack' era stato a lungo usato per indicare gli scherzi elaborati che gli studenti del MIT si inventavano regolarmente. Ma la maniera in cui la usavano quelli del Tmrc denotava rispetto. Anche se un intelligente collegamento di relé si poteva definire un 'hack semplice', si sarebbe inteso che, per qualificarsi come un 'vero hack' l'impresa doveva dimostrare innovazione, stile e virtuosismo tecnico. Persino se uno avesse detto, autocommiserandosi, di aver 'fatto a pezzi' il sistema, il talento con cui 'faceva a pezzi' gli poteva essere riconosciuto come
notevole".[12]
Chi scrive queste parole è Steven Levy, giornalista informatico dedito da sempre allo studio della storia dell'informatica, nel suo libro "Hacker. Gli eroi della rivoluzione informatica". In questo libro Levy ricostruisce meticolosamente la nascita e la storia degli hackers americani, dagli anni '50 ai primi anni '90, e come questa sia stata, in sostanza, la storia dello sviluppo dell'informatica e della telematica, fino almeno all'avvento definitivo di Internet e dei settori commerciali sulla Rete.
Levy suddivide questo periodo storico in 'epoche': gli inizi, ovvero dalla fine degli anni '50 ai primi anni '70, l'hacking dell'hardware negli anni '70, l'hacking dei giochi negli anni '80, l'avvento della Rete nei primi anni '90.
Gli anni '60 sono gli anni dell'idealismo, dell'utopia, dell'impegno politico e sociale, figlio naturalmente dei grandi movimenti giovanili di quel periodo, e gli hackers non sono certo avulsi al loro contesto. È in questo clima che nasce quella che viene definita "l'etica hacker"
[13]:
. "L'accesso ai computer - e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo - dev'essere assolutamente illimitato e completo. Dare sempre precedenza all'imperativo di metterci su le mani!
Gli hackers credono nella possibilità di imparare lezioni essenziali sui sistemi e sul mondo smontando le cose, osservando come funzionano e usando questa conoscenza per creare cose nuove, ancor più interessanti.
. Tutta l'informazione dev'essere libera. [...] Un libero scambio di informazioni [...] promuove una maggiore creatività complessa.
. Dubitare dell'autorità. Promuovere il decentramento. Il modo migliore per promuovere il libero scambio delle informazioni è avere sistemi aperti
[...] L'ultima cosa di cui c'è bisogno è la burocrazia. Questa, che sia industriale, governativa o universitaria, è un sistema imperfetto, ed è pericolosa perché inconciliabile con lo spirito di ricerca dei veri hackers.
. Gli hackers dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale. Questo atteggiamento meritocrativo
[...] derivava dal fatto che gli hacker si curavano meno delle caratteristiche superficiali di ciascuno, e prestavano più attenzione al potenziale dell'individuo di far progredire lo stato generale dell'hackeraggio, nel creare programmi innovativi degni di ammirazione e nelle capacità di contribuire a descrivere le nuove funzioni del sistema.
. Con un computer puoi creare arte; ovvero, una certa estetica dello stile di programmazione.
[...] Gli hackers apprezzano enormemente quelle tecniche innovative che permettono ai programmi di fare operazioni complicate con pochissime istruzioni.
. I computer possono cambiare la vita in meglio. [...] Sicuramente, tutti avrebbero potuto trarre beneficio da un mondo basato sull'etica hacker. Questa era l'intrinseca convinzione degli hackers che hanno irriverentemente dilatato il punto di vista convenzionale su quello che i computer avrebbero potuto e dovuto fare: guidando il mondo verso un nuovo modo di considerare ed interagire con i computer."
Un fenomeno, quindi, pressoché esclusivamente nord-americano, ed in parte nord-europeo, come sostengono Chiccarelli e Monti nel loro libro "Spaghetti Hacker"
[14]:
"Posto che il fenomeno si manifestava con caratteristiche proprie, era evidente che utilizzare la parola 'hacker' per classificare gli appassionati italiani era da un lato improprio e dall'altro impreciso; si doveva trovare un nome che meglio rispondesse alla realtà effettuale. La scelta è caduta su 'smanettoni', un termine che definisce una forma - il rapporto con una attività - e che descrive bene i comportamenti e la 'filosofia' di un appassionato, contemporaneamente 'più' e 'meno' di un professionista".
Naturalmente, come si diceva ad inizio paragrafo, non tutti gli hackers sono così idealisti e 'puri': gli atti di pirateria informatica esistono e sono reati gravi, ma spesso negli anni passati le autorità, nel tentativo di prendere i responsabili di queste azioni, hanno colpito persone che nulla avevano a che fare con questi, come nell'operazione in America definita "Sundevil" e descritta da Bruce Sterling
[15], o, in Italia, l'operazione "Hardware I" del 1994 raccontata da Carlo Gubitosa nel suo libro "Italian Crackdown"
[16].
Il risultato di queste operazioni è stato una ulteriore presa di coscienza da parte della comunità hacker mondiale
[17], e la conseguente fondazione di organizzazioni per i diritti civili nel cyberspazio, come la
EFF (di cui si è già detto brevemente nel
precedente capitolo) [18] e l'italiana
ALCEI [19].
Per la definizione data dagli hacker stessi, il metodo da loro adottato può essere applicato su scala più ampia; lo stesso "Jargon File" definisce l'hacker
"un esperto o un entusiasta di qualsiasi tipo. Si può anche essere hacker dell'astronomia, ad
esempio". [20]
È su questo aspetto che Pekka Himanen [21] ha definito l'etica hacker in base a tre punti essenziali:
(1) l'etica del lavoro; l'etica hacker diventa sinonimo di un generale rapporto entusiastico nei confronti del lavoro che si sta affermando nella età dell'informazione. Per Himanen, citando Raymonds,
"per realizzare appieno questa filosofia [...], bisogna perseguire l'eccellenza.
[...] Bisogna 'prendersela a cuore'. C'è bisogno di 'giocare', bisogna avere la volontà di 'esplorare'".
(2) l'etica del denaro; secondo il "Jargon File" la condivisione dell'informazione è un bene di formidabile efficacia e la condivisione delle competenze per gli hackers è un dovere etico. È significativo, a tal proposito, il dialogo tra Martin e Cosmo, i protagonisti del film
"I signori della truffa":
" 'Too many secrets, troppi segreti'. 'E così è un decodificatore'. 'No: è IL decodificatore: niente più segreti.'
[...]
'Potevi dividere tutto questo con me, Martin'. 'Lo so, Cosmo'. 'Avresti avuto il Potere!' 'Non lo voglio'. 'Assurdo! Sai dove è possibile arrivare con questo?' 'Si lo so. Ma non c'è nessuno lì.' 'Esatto! Il nostro mondo non è più dominato dalle armi, dall'energia, dai soldi; è dominato da piccoli uno e zero, da bit e da dati, tutto è solo elettronica.' 'Non mi riguarda'. 'Non pretendo che gli altri capiscano tutto questo, ma pretendo che lo capisca tu, Martin! Abbiamo cominciato insieme questo viaggio.' 'Non era un viaggio, Cosmo. Era un gioco.' 'C'è una guerra là fuori, amico mio. Una guerra mondiale. E non ha la minima importanza chi ha più pallottole, ha importanza chi controlla le informazioni. Ciò che si vede, si sente, come lavoriamo, cosa pensiamo, si basa tutto
sull'informazione!' 'Al tuo posto, distruggerei quel coso.'". [22]
Il denaro, dunque, non è più l'unica, o la più importante, motivazione; altre motivazioni vengono definite come fondamentali da Linus Torvalds
[23], l'ideatore del sistema operativo Linux, in quella che viene chiamata la "Legge di Linux", e sono:
a) la sopravvivenza, inteso come il livello più basso, un prerequisito per soddisfare le motivazioni più importanti. Sopravvivenza quindi come uno stile di vita socialmente determinato, non lavorare solo per sopravvivere, ma per riuscire a soddisfare la forma dei bisogni sociali caratteristici di una società;
b) la vita sociale, che racchiude il bisogno di appartenenza, riconoscimento e amore, il sentirsi parte di un 'Noi' insieme a qualcun altro che si stima e da cui si è stimati;
c) l'intrattenimento, ovvero il divertimento, il fare qualcosa perché piace, è interessante, è stimolante.
(3) l'etica del network, o netica, ovvero il rapporto tra gli hacker e le reti della network society, in una accezione più ampia rispetto alla più conosciuta "netiquette"
[24], o
RFC1855 [25], mirante soprattutto alla difesa dei diritti fondamentali del cyberspazio come la libertà di parola ed il diritto di privacy.
Su questi punti Himanen definisce quindi il modello hacker come un "modello
sociale" [26]:
"Un punto fondamentale dell'hacking è quello di ricordarci che attraverso il modello aperto si possono ottenere grandissimi risultati con la cooperazione diretta degli individui.
[...] il modello aperto degli hacker potrebbe essere trasformato in modello sociale, chiamiamolo modello 'open-source'
[...]".
Anche se questa versione del modello aperto implica un'azione fisica locale, la Rete sarebbe utilizzata come mezzo effettivo per unire le forze ed in seguito diffondere e sviluppare ulteriormente l'idea.
Questo modello sociale comprenderebbe, al suo interno, un vero e proprio modello di apprendimento: tale modello ha inizio con l'individuazione di un problema interessante, quindi si lavora per risolverlo usando fonti diverse, e poi sottoponendo la soluzione a test prolungati. Un punto di forza fondamentale del modello di apprendimento hacker sta nel fatto che ciò che uno di essi impara poi lo insegna agli altri; intorno ai vari problemi si sviluppa quindi una discussione continua, critica, evolutiva. La ricompensa per la partecipazione a questa discussione è il riconoscimento dei pari.
Sostiene ancora Himanen [27]:
"Il modello di apprendimento aperto degli hacker può essere definito come 'accademia della
Rete'. È un ambiente di apprendimento in continua evoluzione creato dagli stessi hacker, un modello che presenta molti vantaggi".
Himanen paragona l'accademia della Rete all'Accademia di Platone, in cui gli studenti non venivano considerati obiettivi per la trasmissione della conoscenza, ma compagni di apprendimento. In questa concezione accademica il compito principale dell'insegnamento era quello di rafforzare l'abilità dei discepoli nel porre problemi, nello sviluppare linee di pensiero e avanzare critiche. Lo scopo dell'insegnante, quindi, non era quello di inculcare nei discepoli conoscenze prestabilite, ma nell'aiutarli a produrre qualcosa iniziando dalle loro argomentazioni di partenza.
Qualcosa di analogo avviene nel modello di apprendimento aperto degli hacker, in particolare con la nascita e lo sviluppo della filosofia open source.
5.2 LA FILOSOFIA OPEN SOURCE
Antesignano dell'Open Source è il free software di Richard Stallman
[28]. Stallman, ricercatore presso il laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT, diede inizio nel 1984 al progetto
GNU [29]. In sintesi, l'obiettivo di questo progetto era di fare in modo che nessuno dovesse più pagare il software. Stallman era convinto che la conoscenza alla base di un programma eseguibile, il codice sorgente, debba essere gratuita perché la conoscenza scientifica deve essere divisa e divulgata. Per supportare il progetto GNU Stallman fondò la
Free Software Foundation (FSF) [30], il cui principio base è la convinzione che il codice sorgente sia un elemento fondamentale per il progresso della scienza informatica e che la sua distribuzione gratuita sia necessaria perché l'innovazione continui.
Il primo atto della FSF fu quello di realizzare la General Public License GNU, nota come GPL
[31]; questa particolare licenza di distribuzione afferma che è possibile copiare e distribuire il software con licenza GPL a piacimento a patto che non si impedisca ad altri di fare lo stesso, né facendo pagare il software ma nemmeno limitandoli attraverso ulteriori licenze. La licenza GPL prevede inoltre che i prodotti originati con licenza GPL debbano, a loro volta, essere distribuiti con licenza GPL.
Queste forti restrizioni, e soprattutto l'ambiguità del termine inglese "free", che può significare "libero" ma anche "gratuito", fecero in gran parte rifiutare l'idea di Stallman da parte del mondo aziendale, mondo che sostanzialmente mira al profitto e non certo all'arricchimento della conoscenza degli uomini. Per Stallman questo non era un problema, anzi in una qualche forma auspicava una così netta separazione tra la scienza informatica e l'industria.
Non tutti erano comunque d'accordo con le scelte di Stallman, e fu così che nel 1997 un gruppo di leader delle comunità del free software si incontrò per decidere una strategia atta a promuovere presso le aziende il free software. Da quell'incontro nacque una nuova definizione per il free software: Open Source.
A Bruce Perens, che aveva guidato il progetto Debian e di cui ne aveva definito la filosofia nel documento "Debian Social
Contract" [32], fu affidato l'incarico di definire le linee guida del progetto Open Source, mentre Eric
Raymond [33]
"stava diventando una specie di antropologo autodesignato all'interno della comunità Open Source. Nei suoi scritti
[34] esamina le ragioni delle persone che sviluppano software solo per darlo via".
Il documento che fu realizzato venne chiamato "The Open Source Definition"
[35].
La teoria alla base dell'Open Source viene chiaramente spiegata da Linus Torvalds nella sua autobiografia
[36]:
"Nel caso di un sistema operativo, il codice sorgente [...] è aperto e gratuito. Tutti possono migliorarlo, cambiarlo, sfruttarlo. Ma questi miglioramenti, questi cambiamenti, questi utilizzi devono essere messi gratuitamente a disposizione di tutti.
[...] il progetto non appartiene a nessuno. È di tutti."
Qual è quindi l'elemento vincente del modello Open Source ? Secondo Di Bona, Ockman e Stone è l'innovazione, basata sul metodo scientifico, ovvero un processo di scoperta e un processo di dimostrazione i cui risultati, per poter essere dimostrati, devono poter essere replicati. Non è possibile riprodurre un risultato se le fonti di informazione non sono condivise: l'ipotesi, le condizioni dei test e i risultati. Il processo di scoperta può avere diversi percorsi, ma alla fine, a risultato raggiunto, il processo che ha portato ad una scoperta deve essere reso pubblico attraverso la condivisione delle informazioni. In fin dei conti, dunque,
"la scienza è una impresa Open Source". [37]
Torvalds sostiene, inoltre, che l'Open Source si stia espandendo oltre gli ambiti tecnologici ed economici
[38]:
"Alla facoltà di giurisprudenza della Harvard University, i professori Larry Lessig (ora a Stanford) e Charles Nesson hanno applicato il modello Open Source alla legge. Hanno avviato l'Open Source Project: avvocati e studenti di giurisprudenza pubblicano opinioni e ricerche sul sito Internet del progetto per contribuire allo sviluppo di argomentazioni e memorandum contro il Copyright Extension Act statunitense. L'idea è che le argomentazioni più forti verranno sviluppate a mano a mano che il maggior numero di menti lavoreranno al progetto, e una montagna di informazioni verranno generate tramite i contributi e le risposte a
queste". [39]
Perché questo modello funziona? Secondo Torvalds, tutto risiede nelle motivazioni che sottendono l'impegno gratuito dei programmatori, quelle motivazioni che sono state definite la "Legge di Linus" descritta nelle pagine precedenti; inoltre, Raymond aggiunge:
"la società degli hacker open source non è altro che una cultura del dono. Al suo interno non esiste alcuna seria scarsità di 'materiale di sopravvivenza' - spazio su disco, ampiezza di banda di rete, macchine potenti. Il software è liberamente condiviso. Un'abbondanza che crea situazioni dove l'unico ambito disponibile per la competizione sociale è la reputazione tra i
colleghi". [40]
Senza entrare nel merito delle analisi socioeconomiche ed antropologiche, per le quali si rimanda allo studio proposto dagli autori
[41], sono interessanti le analogie riscontrate da Berra e Meo tra il dono arcaico ed il free software. In sostanza, essi sostengono che
"come nel modello del dono [...] ciò che dà origine al software libero è un atto di liberalità da parte di chi mette il prodotto in rete (il donatore), a cui corrisponde una libertà di risposta da parte di chi riceve. I tre obblighi di dare, ricevere e restituire impliciti nel dono non sono garantiti formalmente, ma sono obblighi morali che mantengono un contenuto di libertà".
[42]
Aggiunge Franco Carlini, giornalista e precedentemente ricercatore presso il CNR,
"Capita dunque che in una comunità si sviluppino forme di altruismo - per esempio il dono - e che queste vengano ritualizzate e diventino un valore, mentre il comportamento egoistico è giudicato male."
[43]
Questo mutuo scambio, basato su un obbligo morale, ha ripercussioni sul carattere innovativo del free software (con una forte spinta alla ricerca), le cui peculiarità sono la funzionalità a basso costo, la flessibilità ed adattabilità del prodotto, l'interazione tra produttore e utilizzatore, la contestualità e l'accessibilità, ma soprattutto è il principio cardine su cui si fonda la cooperazione nella comunità
hacker: in tutto questo avrebbe origine quella "informatica solidale" così ben descritta da Raymond nel suo saggio "Il calderone
magico". [44]
5.3 ALCUNI PROGETTI ONLINE
In questo paragrafo verranno presentati alcuni progetti italiani online che si basano sul modello aperto Open Source definito precedentemente.
A supporto degli elementi di sintesi qui prospettati sono riportati in Appendice la storia, i principali documenti descrittivi ed alcune interviste, avvenute a mezzo posta elettronica, con persone significative appartenenti a ciascun progetto.
Obiettivo di questa presentazione è la dimostrazione della funzionalità del modello proposto come prospettiva di un nuovo processo di acquisizione delle conoscenze.
5.3.1 PLUTO ED IL PROGETTO "LINUX A SCUOLA"
Il PLUTO
[45] Free Software Users Group è un gruppo di persone che si propone di promuovere software libero rispondente alle linee guida del progetto GNU
[46]. Questo viene espresso chiaramente nel Manifesto
[47] del gruppo e nel Contratto Sociale.
Il PLUTO è il primo Linux User Group italiano, fondato nel 1992 da un gruppo di studenti, coadiuvati dal professor Bombi, dell'università di Padova; lo scopo di questo gruppo è quello di sostenere e diffondere lo sviluppo del software libero e della sua filosofia. A tale proposito diversi sono i progetti portati avanti, così come sostiene la dott.ssa Eugenia Franzoni
[48], attuale coordinatrice di PLUTO:
"Il PLUTO non è mai stata una associazione legalmente riconosciuta, ma solo una entità virtuale che raccoglieva e coordinava tutti i contributi al software libero, in termini di documentazione, di software, di meeting e di attività di promozione di vario tipo, etc."
Attraverso la partecipazione e lo scambio di informazioni ogni membro del gruppo arricchisce le sue competenze e conoscenze grazie all'apporto di tutti gli altri partecipanti, siano essi esperti o semplici simpatizzanti.
Un interessante progetto che la comunità Linux sta recentemente sviluppando è disponibile sul sito
http://www.linuxdidattica.org. Questo progetto nasce dall' IPC "Besta" di Treviso, a cura del professor Antonio Bernardi, e si prefigge l'insegnamento del software Linux agli studenti del quarto e quinto anno del suddetto istituto.
In un articolo apparso su un magazine [49] di settore Fulvio Ferroni, collaboratore del professor Bernardi, spiega le ragioni di questo progetto:
"allestire un laboratorio di informatica [...] dove poter esercitarsi sui protocolli TCP/IP, simulare una internet,
[...] Per poterla attuare abbiamo fatto la scelta strategica [...] di usare un software con il quale poter padroneggiare la situazione senza vincoli culturali, tecnologici e, possibilmente, senza gabelle e con il quale poter crescere culturalmente, dovendo noi formare successivamente gli studenti".
Questo progetto è stato inserito sia all'interno del normale percorso curricolare, sia in un'area di specializzazione gestita in autonomia dalla scuola.
Sulla base di questo primo esperimento, altre scuole [50] hanno cominciato ad inserire nei loro curricula progetti analoghi, fino alla realizzazione del sito web su menzionato dove poter scambiare informazioni, documenti, metodologie.
Dato il notevole interesse che comincia a comparire intorno al software libero, grazie anche alle sollecitazioni delle comunità di utenti, recentemente il senatore Fiorello Cortiana ha presentato al Senato della Repubblica
[51] una proposta di legge dal titolo "Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella Pubblica Amministrazione"
[52].
5.3.2 IL PROGETTO DEBIAN
Debian nasce nell'agosto del 1993 grazie a Ian Murdock come distribuzione libera e aperta, nello spirito Linux e GNU.
Attualmente, il progetto è portato avanti da circa 800 sviluppatori in tutto il mondo che offrono volontariamente il loro tempo libero.
L'innovazione introdotta da Debian nel panorama del free software è stata quella del primo "Contratto
Sociale" [53], ad opera di Bruce Perens, che definisce le regole di comportamento degli aderenti al progetto.
Il responsabile stampa italiano del progetto Debian è Federico Di Gregorio, che afferma
[54]:
"Come impara un nuovo developer? E` mia opinione che all'interno di Debian ci siano 3 sorgenti differenti di informazioni, ognuna con le sue peculiarità: mailing list, documentazione ed IRC".
Attraverso questi strumenti telematici, dunque, il "new-developer" partecipa alla vita sociale del gruppo, innanzitutto osservando come questa funzioni, successivamente iniziando a partecipare attivamente allo sviluppo dei progetti, infine contribuendo egli stesso alla diffusione delle informazioni.
Gli strumenti di comunicazione messi a disposizione dalla comunità non sono, infatti, riservati ai soli sviluppatori, ma anche a tutti gli utenti che utilizzano la distribuzione Debian per chiedere consigli, verificare il proprio lavoro, suggerire nuove implementazioni del software.
5.3.3 OPEN DIRECTORY PROJECT
L'Open Directory Project
[55] nasce nel giugno 1998 ad opera di Rick Skreta, con lo scopo di realizzare la più completa ed estesa Directory del Web, contando sull'apporto redazionale di editori volontari: invece di combattere contro l'esplosione della Rete, l'Open Directory ha offerto ai "Net Citizens" la possibilità di organizzare ciascuno una piccola porzione del Web per ripresentarla ordinata al resto della popolazione, scartando l'inutile ma conservando ed ordinando solo i contenuti realmente interessanti. Ad oltre tre anni dalla sua nascita ODP indicizza più di 2.850.000 siti organizzati in oltre 400.000 categorie, curate da oltre 40.000 editori, e la sua base dati viene utilizzata da tutti i maggiori Motori di Ricerca.
L'Open Directory è una Repubblica autoregolata [56] dove gli esperti possono raccogliere le proprie raccomandazioni senza comprendervi materiale inutile e disinformazione.
L'Open Directory offre a tutti l'opportunità di contribuire a questo progetto. È infatti possibile inserire gratuitamente il proprio sito facendone richiesta dalla pagina della categoria più adatta alle caratteristiche dello stesso, seguendo le opportune istruzioni. Chiunque sia interessato a collaborare, partecipando attivamente alla costruzione della directory, può scegliere un argomento nel quale si sente ferrato e fare richiesta dalla pagina di categoria corrispondente per diventare editore ODP.
Partecipare come editore di categoria significa, prima di tutto, collaborare costruttivamente con tutti gli altri editori; come sostiene Barbara Martini
[57], catmv e toplevel editor di World/Italiano:
"Dmoz è nel suo piccolissimo, anche una scuola di democrazia: una categoria non appartiene a nessuno e tanto meno all'editore che vi edita, tutte le decisioni vengono prese in comune. Per questo c'è una grossa componente di discussione e interazione tra persone."
L'interazione e la comunicazione tra gli editori è necessaria per il coordinamento dei lavori nel progetto a livello mondiale, ma questo non esclude la possibilità che subentrino interazioni personali che vanno oltre ODP, come testimonia Francesco De Francesco, altro toplevel editor di World/Italiano:
"Tale attività, per altro, è possibile solo mediante comunicazione sui forum e da ciò deriva un boost notevole alle relazioni incrociate. Non è casuale che con molti editori io abbia creato relazioni esterne personali e di lavoro."
Il frequentare, dunque, questa comunità permette alle persone di acquisire conoscenze specifiche in merito al progetto stesso, ma anche aumentare le proprie competenze da poter spendere successivamente in altri ambiti.
5.3.4 IL PACIFISMO TELEMATICO: LA RETE PEACELINK
Rete PeaceLink nasce nel 1991
[58] grazie all'opera di Alessandro Marescotti, insegnante di lettere di Taranto, Marino Marinelli, capo scout AGESCI e SysOp (System Operator) di Irene BBS
[59] di Livorno, e Giovanni Pugliese, operaio di Statte (TA) con la passione delle radio amatoriali e della telematica, SysOp della BBS Taras Comunication che diventerà successivamente il nodo 1 della Rete.
Inizialmente Rete PeaceLink si sviluppa in tecnologia FidoLike, utilizzando quindi le aree echomail
[60] e le matrix per le comunicazioni tra gli utenti (i cosiddetti "point"); alcuni anni dopo, costituitasi in associazione di volontariato, in base alla L. 266/91, questa tecnologia viene sostituita puntando all'utilizzo delle risorse di Internet. Nascono quindi il sito web
http://www.peacelink.it, le mailing list tematiche
[61], il PeaceLink Database
[62], un elenco di informazioni sulle associazioni pacifiste, i corpi di pace, i volontari.
Gli scopi di PeaceLink li spiega lo stesso Alessandro Marescotti [63], attuale presidente dell'associazione:
"Cosa significa PeaceLink? Tradotto letteralmente in italiano può significare 'collegamento di pace', ma anche 'legame di pace'.
[...] A dieci anni di distanza si avverte più chiaramente la novità di un'intuizione che colse di sorpresa tutti: un'iniziativa pacifista infatti anticipava per la prima volta le stesse forze armate battendole sul tempo."
Caratteristica di PeaceLink è quindi la controinformazione su tematiche inerenti il pacifismo, i diritti umani, l'ecologia e l'ambiente; tra gli strumenti vi sono i ricchi dossier raccolti dai volontari dell'associazione e messi a disposizione degli utenti sul sito web, ma soprattutto le interrelazioni e lo scambio di comunicazioni attraverso le mailing lists, così come ci descrive Carlo Gubitosa
[64], attuale segretario:
"Dal punto di vista strettamente cognitivo, il salto di qualità più evidente nel passaggio dalla carta ai bit è la realizzazione di un apprendimento basato sulla RELAZIONE TRA INDIVIDUI anziché sul confronto tra un individuo e un concetto o un insieme di nozioni. La logica conseguenza di questo "apprendimento relazionale" è lo strettissimo legame tra ciò che si impara in rete e la vita concreta, le esperienze dirette di altre persone, che anche in assenza di titoli accademici o di competenze definite, possono autorevolmente consigliarci perché hanno già sperimentato e risolto con successo situazioni analoghe alla nostra."
Rete PeaceLink permette, dunque, all'utente l'acquisizione di conoscenze "altre", fuori dal normale circuito dell'informazione dei media tradizionali, apprese grazie alla diretta partecipazione dei volontari impegnati nelle diverse attività locali, e rilanciate attraversi i circuiti telematici.
5.3.5 LE ASSOCIAZIONI CULTURALI TELEMATICHE:
METRO OLOGRAFIX
L'associazione nasce nel 1993 per l'iniziativa di Stefano Chiccarelli, SysOp di Neuromante BBS
[65], e di alcuni suoi "point", tutti appassionati di telematica amatoriale; il motivo di questa scelta la spiega lo stesso Chiccarelli
[66], presidente dell'associazione:
"[...] la spinta fu il dare una veste "legale" alle BBS pescaresi. Era un periodo in cui i sistemi telematici, amatoriali e non, non erano molto conosciuti e non c'era nessun tipo di tutela legale per i gestori di questi sistemi: il creare un'associazione culturale che avesse come "luogo" d'incontro associativo un sistema telematico, ne tutelava l'esistenza e il mantenimento."
Metro Olografix si definisce come un'associazione culturale di individui liberi che utilizzano lo strumento telematico per esaltare gli interessi personali e le diversità dei singoli soci; lo scopo è quello di divulgare la cultura della telematica.
Metro Olografix è [67]
"una comunità virtuale fondata sulla libera circolazione delle informazioni, sul concetto di villaggio globale, su di una decisionalità democratica. Il know how di ogni socio viene liberamente condiviso con gli altri membri dell'associazione onde favorirne la crescita tecnica ed umana, indipendentemente dalle competenze individuali. Tali conoscenze costituiscono il patrimonio che l'associazione intende divulgare all'esterno attraverso corsi, convegni ed iniziative, per mostrare ciò che si può fare con un computer, un modem ed un po' di passione."
La libera circolazione del know how, dell'informazione, delle idee, rappresenta il fulcro della vita di questa comunità virtuale, come sostiene ancora Chiccarelli:
"Sicuramente l'apprendimento tecnico è quello che spicca di più: se solo pensiamo alle strade professionali intraprese dai soci ci rendiamo conto che dalla Metro Olografix sono usciti una grande quantità di tecnici specializzati
[...]
Ma oltre all'apprendimento tecnico c'è sempre stato anche un grande dibattito politico che ha reso la nostra comunità un grande punto di confronto sui temi a noi cari
[...]."
Partecipare alla vita associativa ed alle attività, virtuali e non, proposte, consente al singolo individuo di acquisire competenze specifiche ed altamente professionali in ambito tecnologico-informatico, oltreché approfondire una cultura di base inerente la filosofia, l'etica, la politica del mondo Open Source.
[1]
Per l'articolo completo, si veda URL http://www.itd.ge.cnr.it/td/td2/trentin1fr.htm.
(^)
[2]
Per il dettaglio, si veda la pagina web disponibile all'URL http://soi.cnr.it/dbcnrnew/cgi-bin/lista-dist-reg.pl?tutti=1.
(^)
[3]
Per ulteriori informazioni si veda il sito web http://www.bdp.it.
(^)
[4]
Il progetto è disponibile alla pagina web http://puntoedu.indire.it/index1.asp.
(^)
[5] Il progetto è disponibile alla pagina web
http://www.progettoalice.net/.
(^)
[6]
Il progetto è disponibile alla pagina web http://www.retemar.cjb.net/.
(^)
[7]
Per l'intervista completa, si veda la pagina web http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=88&tab=int&tem=67.
(^)
[8]
Si veda cap. 2 pag. 47, URL: http://www.tuxedo.org/~esr/jargon/jargon.html .
(^)
[9]
P. HIMANEN, L'etica hacker e lo spirito dell'età
dell'informazione, Feltrinelli, Milano 2001, pag. 141.
(^)
[10]
S. LEVY, Hacker. Gli eroi della rivoluzione
informatica, Shake Edizioni, Milano 1996, pag. 37.
(^)
[11] URL :
http://web.mit.edu. (^)
[12] S. LEVY,
Hacker. Gli eroi della rivoluzione
informatica, op. cit., pag. 23.
(^)
[13] Ibidem, pp. 39-49 (^)
[14] S. CHICCARELLI, A. MONTI, Spaghetti Hacker. Storie, tecniche e aspetti giuridici dell'hacking in
Italia, Apogeo, Milano 1997, p. 2.
(^)
[15] B. STERLING, Giro di vite contro gli hacker, Shake Edizioni, Milano 1996.(^)
[16] C. GUBITOSA, Italian crackdown. BBS amatoriali, volontari telematici, censure e sequestri nell'Italia degli anni '90, Apogeo, Milano 1999.
(^)
[17] P. HIMANEN, L'etica hacker e lo spirito dell'età
dell'informazione, op. cit. pp. 71-74.
(^)
[18] Si veda cap. 4, pag. 77, nota
17. (^)
[19] URL: http://www.alcei.it.
(^)
[20] Si veda nota 8. (^)
[21] P. HIMANEN, L'etica hacker e lo spirito dell'età
dell'informazione, op. cit., pp. 15-67.
(^)
[22] Tratto dal film I signori della
truffa, scritto e diretto da P.A. Robinson, Universal Pictures 1992, scheda film URL
http://www.filmup.com/sc_isignoridellatruffa.htm.
(^)
[23] L. TORVALDS, Rivoluzionario per caso. Come ho creato Linux (solo per
divertirmi), Garzanti, Milano 2001, pag. 14.
(^)
[24] T. MANDEL, VAN DER LEUN, Galateo per Internet. Come navigare con cortesia e correttezza nella Rete,
Bompiani, Milano, 1998. (^)
[25] URL: http://www.ietf.org/rfc/rfc1855.txt. (^)
[26] P. HIMANEN, L'etica hacker e lo spirito dell'età
dell'informazione, op. cit., pag. 67.
(^)
[27] Ibidem, p. 63. (^)
[28] C.DI BONA, S. OCKMAN, M. STONE, Open Sources. Voci dalla rivoluzione Open Source, Apogeo, Milano 1999, pp. 2-3.
(^)
[29] URL: http://it.gnu.org.
(^)
[30] URL: http://www.fsf.org .
(^)
[31] In appendice. (^)
[32] In appendice. (^)
[33] C.DI BONA, S. OCKMAN, M. STONE, Open Sources. Voci dalla rivoluzione Open Source, op. cit., p. 14.
(^)
[34] Si vedano gli allegati La cattedrale ed il
bazaar, Colonizzare la noosfera, Il calderone
magico.
(^)
[35] In appendice. (^)
[36] L. TORVALDS, Rivoluzionario per caso. Come ho creato Linux (solo per
divertirmi), op. cit, pag. 249.
(^)
[37] C.DI BONA, S. OCKMAN, M. STONE, Open Sources. Voci dalla rivoluzione Open Source, op. cit., pag. 7.
(^)
[38] In Italia, la Apogeo Libri sta sviluppando il Progetto OpenPress: si veda
http://www.apogeonline.com/openpress.
(^)
[39] L. TORVALDS, Rivoluzionario per caso. Come ho creato Linux (solo per
divertirmi), op. cit., pag. 248.
(^)
[40] E. RAYMOND, Colonizzare la noosfera, 1998, in allegato.
(^)
[41] M. BERRA, A.R. MEO, Informatica solidale. Storie e prospettive del software libero, op. cit. pp. 146-159.
(^)
[42] ibidem, pag. 160. (^)
[43] L'articolo completo è disponibile alla pagina web
http://www.totem.to/dd/chips/23_12_01.htm .
(^)
[44] In allegato. (^)
[45] URL: http://www.pluto.linux.it/ .
(^)
[46] URL: http://www.gnu.org .
(^)
[47] URL: http://www.pluto.linux.it/pluto/manifesto.html, in appendice.
(^)
[48] Vedi appendice. (^)
[49] Linux Magazine, Anno 3, n° 13, agosto/settembre 2001, pp. 90-91.
(^)
[50] L'elenco è a disposizione alla pagina web http://www.linuxdidattica.org/docs/altre_scuole/index.html .
(^)
[51] L'iter parlamentare è disponibile alla pagina web
http://www.senato.it/leg/14/Bgt/Schede/Ddliter/16976.htm .
(^)
[52] Vedi appendice. (^)
[53] Disponibile sulla pagina web http://www.debian.org/social_contract , e in
appendice.
(^)
[54] Il testo integrale è disponibile in appendice. (^)
[55] Le informazioni sono tratte dal sito non ufficiale in lingua italiana URL:
http://www.peyrot.it/odp/index.html .
(^)
[56] Per la storia e lo sviluppo del progetto, si veda in
appendice.
(^)
[57] Il testo completo è disponibile in appendice. (^)
[58] Ulteriori informazioni sono disponibili alla pagina web
http://www.peacelink.it/storia.html .
(^)
[59] BBS: Bullettin Board System, le "bacheche elettroniche" in tecnologia Fidolike (dal nome della più importante rete mondiale di BBS, FidoNet). Ulteriori informazioni alla pagina web
http://fidonet.fidonet.org/ . (^)
[60] Per i riferimenti si veda la pagina web http://www.peacelink.it/rete.html .
(^)
[61] L'intero elenco è disponibile alla pagina web http://www.peacelink.it/mailing.html .
(^)
[62] Disponibile alla pagina web http://db.peacelink.it/ .
(^)
[63] Per l'intero articolo si veda in appendice. (^)
[64] Per l'intero articolo si veda in appendice. (^)
[65] Oltreché in tecnologia Fidolike, la BBS oggi è disponibile su Internet all'indirizzo
http://bbs.olografix.org . (^)
[66] Per l'intero articolo si veda in appendice. (^)
[67] Tratto dalla pagina web http://www.olografix.org/chisiamo.html .
(^)
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