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4. LE COMUNITA` VIRTUALI
4.1 IL CYBERSPAZIO
Per definire il concetto di comunità virtuale è necessario iniziare col definire il cyberspazio, e per introdurre questo concetto non si può non fare riferimento a "Neuromante", il testo letterario di William Gibson che, per primo, usò questo termine
[1]:
"Case passò al cyberspazio e inviò un comando pulsante lungo il filo rosso che perforava l'ice della biblioteca.
[...] La memoria centrale della biblioteca per un minuto subì un cambiamento nella sua registrazione permanente
[...] La porta si aprì sui cardini silenziosi. [...] - 0467839 - disse Case, e Molly tirò fuori dalla rastrelliera una unità di immagazzinamento nera.
[...] Molly chiuse la porta dell'armadietto; Case tornò indietro. [...] - Sono fuori, Brood, - annunciò, e si accasciò sulla sedia".
Case, il protagonista di questo racconto, riesce a entrare e muoversi con la mente nel mondo delle matrici del computer, nel cyberspazio, dove la sua essenza disincarnata fruga nelle banche dati delle corporazioni che dominano la Terra rubando le informazioni richieste dai suoi mandanti.
"Per Case, il cyberspazio non è solo l'orizzonte fantasmagorico
[...] mostrato sullo schermo del computer [...] . Il cyberspazio è qualcosa di diverso, che emerge in particolari condizioni psicofisiche coincidenti con uno stato di fuoriuscita da sé e di totale compenetrazione della rete - Matrix - , favorita dall'uso di sostanze chimiche".
[2]
Gibson nei suoi romanzi descrive il cyberspazio come un universo parallelo dove i dati, le informazioni e i contenuti sono rappresentati attraverso architetture che evocano quelle del mondo reale, e
" [...] la rete Internet, che per sua natura tende ad agglutinare lo spazio che circoscrive, diviene il contorno e lo spazio della possibilità di nuove relazioni comunitarie. Da comunicazione a comunità".
[3]
Rheingold definisce infatti il cyberspazio:
"[...] come una coltura batterica, la Rete come il terreno di coltura e le diverse comunità virtuali come le colonie di microorganismi che si moltiplicano nella coltura. Ognuna di queste piccole colonie-comunità è un esperimento sociale in corso, anche se nessuno scienziato l'ha predisposto".
[4]
Questa è la fantascienza, o meglio, la letteratura cyberpunk, come viene generalmente definita; diversa, invece, è la definizione, dettata dall'esperienza vissuta in prima persona, di J.C. Herz:
"Ho cominciato a usare la frase 'mondo fuori rete' di recente. Questo mi disturba, perché il 'mondo fuori rete' è quel che prima chiamavo 'vita reale'. Non che io abbia abbandonato una vita reale (tm). Semmai, sto cercando di compensare quella parte, appunto per provare che non sono una di quei rete-dipendenti che non esce mai
[...] Conservare la mia vita reale (tm) è un punto d'onore. Invece sto abbandonando il sonno."
[5]
Se nel racconto di Gibson si ha una compenetrazione del reale nel virtuale, dall'esperienza della Herz emerge una "confusione" tra i due mondi: cosa è reale? e cosa è virtuale?
"What's the real, Neo ?" [6]
"Comunità virtuale" sarebbe dunque una locuzione infelice perché risente dell'equivoco insito nel concetto di "virtuale"; nella sua accezione più superficiale, questo concetto richiamerebbe un livello di esperienza con minore dignità rispetto al "reale". Sostiene Paccagnella,
"Eppure tutti gli studi che si sono addentrati su questo terreno concordano nel riconoscere il 'virtuale' come una categoria presente da sempre nella tradizione filosofica occidentale e legata al 'reale' da una relazione complessa e non di semplice subordinazione".
[7]
Il termine "virtuale" indicherebbe quindi l'assenza di esistenza pura e semplice, dal momento che la "realtà" implicherebbe una presenza materiale tangibile.
Chi, in particolare, ha cercato di definire questa relazione tra "virtuale" e "reale" è stato Pierre Lévy. Ripartendo dalla definizione della filosofia scolastica, secondo cui l'aggettivo "virtuale" è ciò che esiste in potenza e non in atto, Lévy sostiene che non è corretto contrapporre il termine "virtuale" al termine "reale", bensì al termine "attuale", inteso come invenzione di una forma a partire da una configurazione dinamica di forze o di finalità. L'azione correlata al virtuale è la virtualizzazione, ovvero il passare da una soluzione data ad un altro problema:
"virtualizzare una qualsiasi entità, consiste nello scoprire una problematica generale a cui essa si rapporta, nel far evolvere l'entità nella direzione di questa domanda e nel ridefinire l'attualità di partenza come risposta ad una precisa richiesta".
[8]
La caratteristica più importante di questo processo di virtualizzazione sarebbe il distacco dalla dimensione del "qui e ora"; in termini filosofici, Lévy considera questo fenomeno come un'uscita dal "ci". La particella "ci" individua la caratteristica più propria dell'essere dell'uomo, quella di essere all'interno di una determinata realtà spazio-temporale. A tal proposito afferma Paolo Ferri:
"Per Levy il principale risultato del processo della virtualizzazione è proprio questa uscita, anche se virtuale, dal 'ci', questa apertura di una nuova dimensione antropologica per l'uomo, un nuovo spazio dell'abitare, carico di pericoli ma anche di opportunità, che in quanto tale deve essere compreso e analizzato".
[9]
4.2 LA COMUNITÀ VIRTUALE
Definito, dunque, il cyberspazio, e con esso il concetto di virtuale, la locuzione "comunità virtuale" acquista tutt'altro significato.
Il primo autore che ha cercato di tracciarne gli elementi caratteristici è stato Howard Rheingold, sostenendo che
"le comunità virtuali sono aggregazioni sociali che emergono dalla rete quando un certo numero di persone porta avanti delle discussioni pubbliche sufficientemente a lungo, con un certo livello di emozioni umane, tanto da formare dei reticoli di relazioni sociali personali nel cyberspazio".
[10]
Questa definizione considera la comunità non più come prodotto di uno spazio fisico comune, bensì come il risultato di un insieme di relazioni sociali e di interessi comuni. Rheingold pone l'accento sulle possibilità di incremento delle relazioni tra gli individui che le comunità offrono presentando il
Well (Whole Earth Electronic Link), la comunità virtuale da lui stesso fondata nel 1985.
Secondo il giornalista e saggista, parte del successo delle comunità virtuali come
Well dipende dal fatto che le molte piazze e agorà virtuali di cui si compone una comunità virtuale suppliscono all'assenza di socialità e anche l'assenza fisica di piazze che caratterizza la struttura sociale e urbanistica degli Stati Uniti degli anni Novanta. Sostiene Ferri,
"Ciò che prevede Rheingold è la transizione a una nuova forma di società, o meglio di comunità estesa all'intera società, dove l'elemento del contatto diretto - anche telematico - tra gli individui permetterebbe di correggere il formalismo della società, l'anodina presenza al suo interno di ciascuno di noi come portatore di diritti e doveri formali, con un inserto di neocomunitarismo elettronico".
[11]
Non tutti, naturalmente, sono così entusiasti come Rheingold; afferma infatti Clifford Stoll
[12]:
"Vorrei esprimere in anticipo le mie forti riserve sull'ondata delle reti di computer. Perché ci isolano l'uno dall'altro e appiattiscono il significato dell'esperienza reale; operano contro la cultura e la creatività; e mineranno le nostre scuole e le nostre biblioteche.
[...] sto agitando una bandiera gialla che dice, 'attenzione, state entrando in un universo che non esiste'.
[...] È un universo irreale, un tessuto impalpabile fatto di niente, [...] è un ben misero surrogato questa realtà virtuale, in cui la frustrazione domina e in cui - nel sacro nome dell'Istruzione e del Progresso - si svalutano di continuo aspetti importanti delle interazioni umane".
Pro e contro, dunque, ma il dato di fatto è che lo sviluppo della tecnologia è in costante aumento negli ultimi anni, come documenta bene Angelo Raffaele Meo, e non si può, dunque, non tenere conto dell'uso di questa tecnologia:
"Da molti anni il mercato mondiale dell'ITC (Information and Communication Technologies), ossia dei prodotti basati sulle tecnologie dell'elaborazione e della trasmissione dei dati, registra una crescita costante. Ad esempio, negli anni '97, '98 e '99 quel mercato è cresciuto rispetto ai corrispondenti anni precedenti, rispettivamente del 9,7, del 7,3 e dell'11,4".
[13]
Se è vero, quindi che il cyberspazio è, parafrasando Stoll,
"il nonluogo creato dall'interconnessione della Rete telefonica mondiale",
è anche vero che questa connessione sta via via assumendo dimensioni mondiali, e che con questa infrastruttura gli individui "comunicano":
"In una cultura come la nostra, abituata da tempo a frazionare e dividere ogni cosa al fine di controllarla, è forse sconcertante sentirsi ricordare che, per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il 'medium' è il messaggio. Che in altre parole le conseguenze individuali e sociali di ogni medium, cioè di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia."[14]
Ma quali sono i motivi per cui nasce una comunità virtuale? Sostiene Mafe De Baggis:
"Generalmente le comunità nascono per rispondere a varie combinazioni di questi obiettivi
. Incontro tra simili in base a caratteristiche personali,
. Incontro tra diversi in base ad interessi comuni
. Scambio di informazioni
. Generazione di contenuti
. Cooperazione (gruppi di pressione, co-buying)
Se i legami tra persone potenzialmente affini sono espliciti, cioè esistono già oppure sono facilmente visibili, la comunità è attiva; più il legame è implicito, maggiore è la massa critica necessaria per attivare la comunità".
[15]
L'elemento costante sembra dunque essere la 'socializzazione', per una semplice conoscenza, per uno scambio di informazioni, per partecipare ad un medesimo progetto. L'infrastruttura (la Rete Internet, il personal computer,
etc) è solo il 'mezzo'; il contenuto, il senso, è dato dai membri della comunità (virtuale).
Afferma a tal proposito Barlow [16]:
"Consideriamo dunque la natura di Internet. Meglio, della società che finora si è automantenuta all'interno di questo spazio collettivo. Internet come 'anarchia che funziona' è divenuta un tale cliché che ho iniziato a coltivare la speranza di trovare le prove che volontariato internazionale esista davvero un'autorità centrale segreta. Il massimo che sono riuscito a ottenere è riconoscere il fatto che, come una volta mi disse
Mitch Kapor [17] sotto giuramento, 'all'interno di ogni anarchia che funziona si nasconde un network fatto dai fratelli più grandi.' E aveva ragione. Prendiamo ad esempio
l'Internet Engineering Task Force
[18] . Nessuna l'ha eletta, chiunque può farne parte e il suo potere si basa sull'abilità individuale di saper risolvere con eleganza problemi tecnici tra i più
oscuri."[19]
Il cyberspazio, quindi, visto come 'anarchia che funziona', dove l'autoregolamentazione delle forme di società ivi esistenti (le 'comunità virtuali come aggregazioni
sociali') è data da un network (una 'interconnessione di reti telefoniche') di 'fratelli più grandi' (i 'reticoli di relazioni sociali') il cui 'potere' è dato dall'abilità individuale.
Secondo i filosofi del postmoderno e i teorici degli ipertesti e degli ipermedia, si devono quindi dimenticare i sistemi concettuali basati sull'idea di centro, margine, gerarchia e linearità, e sostituirli con quelli di multilinearità, nodi, collegamenti e reti.
4.3 I NONLUOGHI : ASPAZIALITÀ DEL CYBERSPAZIO
Si è visto nel terzo capitolo che la parola comunità possiede significati diversi per i sociologi, ma due sono fondamentali: comunità come concetto territoriale, e comunità come concetto relazionale. Nel primo senso, una comunità è qualcosa che si può localizzare avendo proprietà spaziali: dei confini, un centro, una periferia. La comunità nel secondo senso è una entità relazionale: le comunità sono persone legate insieme da reti di comunicazione, amicizia, associazione, sostegno reciproco. Afferma la Griswold:
"Nel passato, naturalmente, vi era una considerevole sovrapposizione tra questi due tipi di comunità.
[...] Cosa succede alla comunità in tempi di rivoluzione culturale? Questa domanda è particolarmente importante oggi, perché noi siamo nel cuore di una grande rivoluzione culturale, quella della crescita esplosiva delle comunicazioni elettroniche a livello globale.
[...] Di fatto, le comunicazioni elettroniche rappresentano la terza grande rivoluzione che ha trasformato la cultura e la società. Le prime due furono l'alfabeto fonetico e la stampa e, come la rivoluzione oggi in atto, ciascuna di queste ha profondamente influenzato le comunità
umane".[20]
La Griswold prosegue sostenendo che i media elettronici contengano i seguenti attributi:
. mettono in relazione persone situate in posti distanti in tempo reale
. permettono l'espressione diretta di idee ed emozioni, rendendo possibile una immediatezza ed una intimità che in precedenza si avevano solo nella comunicazione faccia a faccia
. democratizzano l'aspetto culturale in termini spaziali e temporali
. democratizzano l'accesso culturale fondato sull'istruzione.
Le comunità virtuali sono dunque forme comunitarie transnazionali i cui membri appartengono a differenti comunità 'reali' e fanno riferimento a differenti culture.
Sostengono Ferri e Carbone:
"i membri di una comunità virtuale sono, possiamo dire, de-territorializzati, vivono la relazione solo attraverso il loro doppio elettronico sulla rete".
[21]
Gli oggetti che attraversano lo spazio di Internet (il cyberspazio, così come lo si è definito nei precedenti paragrafi), non arrivano agli individui portando con sé
"il segno delle distanze attraversate", [22]
ma restituiscono, tutt'al più, il senso del presente, che poi è la realtà stessa dello spazio telematico condiviso entro cui l'individuo è inserito.
Lo spazio di Internet è quindi un "non luogo", uno spazio in cui quello che vi compare non è riconducibile a delle coordinate temporali determinabili.
Marc Augé così definisce il concetto di "non luogo":
"Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né
identitario, né relazionale, né storico, definirà un nonluogo. [...] i nonluoghi rappresentano l'epoca: ne danno una misura quantificabile ricavata addizionando
[...] le vie aeree, ferroviarie, autostradali, [...], gli aereoporti, le stazioni ferroviarie,
[...], i grandi spazi commerciali, [...], e infine, la complessa matassa di reti cablate o senza fili che mobilitano lo spazio extraterrestre ai fini di una comunicazione così peculiare che spesso mette l'individuo in contatto solo con un'altra immagine di se stesso".
[23]
Dunque, i riferimenti a spazio e luogo 'fissi' scompaiono; i 'nonluoghi' virtuali della Rete rappresentano, come si è visto, un aggregato transnazionale e cosmopolita.
Si avranno quindi differenti percezioni di appartenenza comunitaria ad uno stato, una nazione, un gruppo di riferimento, dal momento che le possibili relazioni non saranno più limitate ad un gruppo ristretto ma potenzialmente all'intera comunità mondiale della Rete.
4.4 LA ATEMPORALITÀ DEL CYBERSPAZIO
Il cyberspazio, dunque, è uno spazio "privo di tempo", non nel senso che è stato costruito fuori dal tempo, ma che non è riconoscibile attraverso le temporalità di coloro che vi transitano.
In Internet esistono strumenti di comunicazione sincroni e asincroni. La posta elettronica ad esempio è asincrona, poiché i messaggi possono essere scritti, spediti, ricevuti e letti in qualsiasi momento, indipendentemente dalla presenza contemporanea degli interlocutori in Rete; il chat interattivo, al contrario, è sincrona, richiede cioè la presenza contemporanea di tutti i partecipanti. Affermano Metitieri e Manera:
"chi utilizza gli strumenti che la grande rete mette a disposizione, dalla semplice posta elettronica agli ambienti di chat, si dimentica presto la giornata tipica, quella che si svolge sulle ventiquattro ore scandite dal ritmo circadiano sonno/veglia, e impara a fare i conti con gli altrui fusi orari e con le fasce orarie della tariffazione telefonica".
[24]
Oltre ai condizionamenti imposti dalle caratteristiche tecniche della Rete e dei software utilizzati, ogni luogo di Internet impone i ritmi di interazione che gli sono propri, differenti da quelli a cui si è abituati nella vita reale.
In una assemblea pubblica o in un convegno, ad esempio, il tempo è un parametro ben fissato; partecipare ad una discussione su una mailing list, al contrario, è una esperienza completamente diversa dal partecipare ad una discussione nella 'vita reale', e le differenze sono dovute soprattutto al fattore tempo. Chi ha bisogno di riflettere a lungo difficilmente prenderà la parola in una assemblea pubblica; il partecipante ad una discussione 'virtuale' può riappropriarsi di un tempo soggettivo, come sostiene Pierre Lévy:
"gli intellettuali collettivi fanno proprio un tempo soggettivo perché la loro cronologia non si riferisce ad alcun spazio esterno, preesistente, e ad alcun movimento fisico.
[...] Il loro tempo si sviluppa, cresce, diviene". [25]
I tempi di una mailing list spesso dilatano ed espandono la durata di una discussione: alcune volte è necessario rispondere entro breve tempo, altre volte può essere ripreso un argomento vecchio di alcune settimane. Su una mailing list un argomento non è mai del tutto chiuso o esaurito e se per qualcuno torna ad essere di attualità, può sempre essere ripreso. Continuano Metitieri e Manera:
"lo scrivere invece di parlare ed il comunicare tramite uno scambio asincrono di messaggi, permettono di rileggere con calma i propri interventi passati, di riflettere su quegli degli altri e di esprimere le proprie opinioni con più calma e sicurezza, senza dover sottostare all'imbarazzo al nervosismo o alla timidezza che possono esistere nel caso di una riunione reale".
[26]
Al contrario, nelle chat e negli ambienti di comunicazione sincrona il tempo è frenetico. Anche in questo caso le discussioni possono essere infinite e terminare e riprendere senza sosta, ma ogni segmento di discussione deve essere molto rapido. Inoltre, nelle chat, specificatamente in IRC, la particolare geometria della Rete deforma in modo imprevedibile la forma dello spazio e del tempo: uno 'split', ovvero una scissione improvvisa della sottorete utilizzata, può troncare un dibattito dividendo temporaneamente in due parti l'assemblea virtuale, e un lag, ovvero una connessione troppo lenta, rende improponibile ogni conversazione. Il tempo della Rete è quindi un vero e proprio spazio/tempo, dove per muoversi si attraversano universi di stimoli diversi e dove la dignità espressiva è identica per tutti.
Le comunità virtuali sono, quindi, scisse da una struttura spazio-temporale, de-territorializzate ma anche a-temporali, poiché sono presenti solo nell'istante della comunicazione; come afferma Ferri,
"nel cyberspazio ogni soggetto è potenzialmente emittente e ricevente, all'interno di uno spazio qualitativamente differenziato, non rigido, potenzialmente regolato dai partecipanti ed esplorabile".
[27]
Come sostiene Rawlins, infatti,
"[...] siamo tutti impigliati in una enorme, eppure invisibile, ragnatela di connessioni, e il potere di ciascuno di noi è moltiplicato dall'uniformità e dal carattere collettivo della vita sociale".
[28]
Il tempo del cyberspazio è variamente intrecciato perché sembra all'individuo di spostarsi in un luogo che invece non c'è:
"Spazio e tempo vi si scambiano le rispettive determinazioni per nascondere la tesa inattività di chi si illude di percorrere le autostrade dell'informazione mentre invece ne è percorso da capo a piedi".
[29]
4.5 GLI "ALIAS":
L'IDENTITÀ NEL CYBERSPAZIO
I membri di una comunità virtuale si incontrano sulla Rete in base ai propri interessi, e in base ad essi, partecipano alla costruzione della comunità e definiscono, a partire da questa, la loro stessa identità. L'identità in Rete è dunque caratterizzata dalla non-corporeità: l'individuo sulla Rete non possiede un corpo fisico né utilizza un canale fisico per comunicare con gli altri individui.
Il navigatore in Internet definisce la propria identità in maniera del tutto scissa sia dal suo territorio di appartenenza che dalla sua stessa fisicità. Sostiene Sherry Turkle:
"Internet è un altro elemento della cultura informatica che ha contribuito al pensiero dell'identità come molteplicità. È su Internet che si riesce a costruire un sé che fa ciclicamente ricorso a molti sé.
[...] Nell'epoca postmoderna le identità multiple non stanno più così nettamente ai margini della vita. Aumentano le persone che vivono l'identità come un insieme di ruoli in grado di fondersi e mescolarsi, di cui bisogna negoziare le diverse esigenze.
[...] Internet è divenuta un laboratorio sociale significativo per sperimentare l'esperienza della costruzione e ricostruzione del sé che caratterizza la vita postmoderna. Ci modelliamo e ci ricreiamo all'interno della realtà virtuale".
[30]
In Internet, una volta che ci si è appropriati delle necessarie conoscenze tecniche, il rapporto tra gli individui diventa paritetico, e nessuno può credere di essere superiore ad altri o più meritevole di ascolto. All'interno di una comunità virtuale il rapporto è immediato e diretto, centrato soprattutto sui contenuti espressi.
Sostiene Leonardo Terzo:
"Se e quando la comunità virtuale sarà sufficientemente diffusa e praticata dai suoi membri, gli aspetti fisici risulteranno del tutto irrilevanti, e le manifestazioni di identità saranno costituite degli stili retorici, dall'abilità nelle pratiche della comunicazione e dai gusti in fatto di tipologie interattive. A quel punto le identità e i generi non saranno più sessuali, razziali, sociali,
ecc... bensì modulati su nuove categorie per ora imprevedibili, ma derivanti dalla collocazione e dalla funzione svolta negli ambienti informativi in questione, senza anacronistici residui della vita corporea, se non forse quelli attinenti alle posture di fronte al terminale".
[31]
In Internet, dunque, una identità virtuale esiste sempre, una per ogni luogo (virtuale) che si frequenta, e queste identità spesso sembrano essere più importanti dell'identità reale stessa; sostengono infatti Metitieri e Manera:
"Internet, in fondo è un mondo la cui esistenza è determinata da un interruttore che si accende, un collegamento via modem, un clic. Si può essere, a scelta, qualcuno oppure nessuno, e in questo caso la decisione può essere presa secondo i propri tempi e le proprie modalità".
[32]
Si può quindi assistere a fenomeni di mutamento dell'identità, che avvengono spessissimo in Rete; gli individui che comunicano tra loro attraverso Internet modificano la loro identità: cambiano sesso, razza, nazionalità. Oppure, rimangono perfettamente anonimi. In Rete, possono coesistere sia luoghi dove è obbligatorio presentarsi, sia luoghi dove l'identità può essere nascosta:
"Il popolo della Rete da anni si autoregolamenta senza bisogno di leggi: chi comunica in Rete sa inserire le affermazioni degli altri nel loro preciso contesto, e un frequentatore di Internet è abituato a controllare le fonti o l'attendibilità degli interventi altrui".
[33]
4.6 RIEPILOGO
Le comunità virtuali sarebbero dunque solo una forma diversa di comunità. Come sostengono Carbone e Ferri,
"come le società moderne erano la forma comunitaria propria della modernità, le comunità virtuali sarebbero quella propria della postmodernità, della quale sarebbero rappresentazione, metafora e simbolo".
[34]
I membri delle comunità virtuali hanno quindi la possibilità di creare uno spazio condiviso all'interno del quale tutti sono "costruttori di senso" pari grado, una sorta di intelligenza collettiva che tesse un sapere comune. È ancora Levy a definire il concetto di intelligenza collettiva:
"è una intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze;
[...] il fondamento e il fine dell'intelligenza collettiva sono il riconoscimento e l'arricchimento reciproco delle persone, e non il culto di comunità feticizzate o ipostatizzate".
[35]
Secondo Levy, proprio la struttura della comunità virtuale consentirebbe la costruzione di una intelligenza collettiva. Essa infatti, essendo strutturalmente antigerarchica e antiautoritaria,
"è come un reticolo policentrico di intelligenze, tutte in relazione tra loro (secondo la struttura tutti-tutti che a suo parere caratterizzerebbe il tipo di comunicazione propria dei nuovi media), che coopererebbero nella costruzione di un sapere 'di tutti e di ciascuno'".
[36]
E questa, dunque, sembra proprio essere 'l'anarchia che funziona' ipotizzata da Barlow, e la 'rete di relazioni sociali' definita da Rheingold.
[1]
W. GIBSON, Neuromante, Editrice Nord, Milano (4a ristampa) 2000, pag. 66. (^)
[2] L. DE CARLI, Internet. Memoria e oblio, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.
(^)
[3]
P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 82. (^)
[4]
H. RHEINGOLD, Comunità Virtuali. Parlare, incontrarsi, vivere nel cyberspazio, Sperling&Kupfler, Milano 1994, pag. 6.
(^)
[5]
J.H. HERZ, I surfisti di Internet, Feltrinelli, Milano, 1995, pag. 215. (^)
[6]
tratto dal film Matrix, scritto e diretto da THE WACHOWSKI BROTHERS, Warner Bros. 1999.
(^)
[7]
L. PACCAGNELLA, La comunicazione al computer, Il Mulino, Bologna 2000, pag. 135.
(^)
[8] P. LEVY, Il virtuale, Raffaello Cortina, Milano 1997, pag. 6.
(^)
[9] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 96.
(^)
[10]
H. RHEINGOLD, Comunità Virtuali. Parlare, incontrarsi, vivere nel cyberspazio, op.cit., pag. 5.
(^)
[11]
P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 84.
(^)
[12]
C. STOLL, Miracoli virtuali. Le false promesse di Internet e delle autostrade dell'informazione, Garzanti, Milano, 1996, pp. 11-12.
(^)
[13] M. BERRA, A.R. MEO, Informatica solidale. Storia e prospettive del software libero, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pag. 45.
(^)
[14] M. MCLUHAN, L'uomo e il suo messaggio. Le leggi dei media, la violenza, l'ecologia, la religione, Sugarco Edizioni, Carnago (VA), 1989, pag.15.
(^)
[15] M. DE BAGGIS, Le tribù di Internet. Accelerare il webmarketing con le community, Hops Libri, Milano 2001, pag. 3.
(^)
[16] J. P. BARLOW, autore, tra l'altro, della Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio, in
allegato.
(^)
[17] M. KAPOR, co-fondatore, insieme a J.P.
Barlow, della Electronic Frontier
Foundation, URL http://www.eff.org (^)
[18] URL: http://www.ietf.org .
(^)
[19] J.P. BARLOW, in Gens electrica. Tendenze e futuro nella comunicazione, a cura di B. PARRELLA, Apogeo, Milano 1998, p. 18.
(^)
[20] W. GRISWOLD, Sociologia della cultura, Il Mulino, Urbino, 1997, pp. 190-191.
(^)
[21] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 12.
(^)
[22] L. DE CARLI, Internet. Memoria e oblio, op. cit., pag. 84.
(^)
[23] M. AUGE, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 1993, pp. 73-74.
(^)
[24] F. METITIERI, G. MANERA, Incontri virtuali. La comunicazione interattiva su Internet, Apogeo, Milano 1997, pp. 23-24.
(^)
[25] P. LEVY, L'intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, pp. 175-184.
(^)
[26] F. METITIERI, G. MANERA, Incontri virtuali. La comunicazione interattiva su Internet, op. cit., pag. 26.
(^)
[27] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 98.
(^)
[28] GREGORY J.E. RAWLINS, Le seduzioni del computer, Il Mulino, Bologna 1997, pag. 88.
(^)
[29] L. DE CARLI, Internet. Memoria e oblio, op. cit., pag. 69.
(^)
[30] S. TURKLE, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali nell'epoca di Internet, Apogeo, Milano 1997, pp. 265-267.
(^)
[31] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 72.
(^)
[32] F. METITIERI, G. MANERA, Incontri virtuali. La comunicazione interattiva su Internet, op. cit., pag. 32.
(^)
[33] ibidem, pag. 42. (^)
[34] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pag. 10.
(^)
[35] P. LEVY, L'intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, op. cit., pag. 34.
(^)
[36] P. CARBONE, P. FERRI, Le comunità virtuali, op. cit., pp. 15-16.
(^)
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