.: CAPITOLO 2 :. 

 
2. L'APPRENDIMENTO E LE NUOVE TECNOLOGIE

Nel primo capitolo [1] abbiamo visto come, nella relazione educativa per l'apprendimento, alcuni autori mettano in giusto rilievo la sempre maggiore importanza che, nel tempo, gli strumenti didattici hanno acquisito, e di questi, in particolare, le cosiddette nuove tecnologie, tra cui il personal computer.
Ma come e perché questi strumenti, mediatici e comunicativi soprattutto, hanno acquisito un posto così rilevante nella relazione educativa? Per cercare di spiegarne il motivo è necessario partire da un quadro storico e sociale di come si sia evoluta la società e con essa la comunicazione umana. 

 

2.1 I MODI DI COMUNICARE: UNO SGUARDO SOCIO-ANTROPOLOGICO

La comunicazione, e gli strumenti usati per essa, sono mutati di pari passo con l'evolversi delle condizioni politiche, economiche e culturali della società, tanto da far ritenere che esista una stretta relazione tra alfabetizzazione e modernizzazione, come afferma H.J. Graff : 

"il presupposto in base al quale alfabetizzazione e progresso si identificano è diventato un dogma della cultura progressista". [2]

Secondo diversi autori, il corso della storia dell'umanità è stato segnato da tre grandi rivoluzioni: l'invenzione dell'alfabeto, l'invenzione della stampa a caratteri mobili, l'invenzione del personal computer. Queste rivoluzioni hanno segnato i passaggi dalla cultura orale a quella scritta e, infine, a quella elettronica. Una sintesi grafica di questi passaggi temporali è rappresentata in tabella 1 [3]

Periodo Comunicazione Organizzazione Civiltà
a.C. 1.000.000
-> a.C. 3.000
lingua orale tribale caccia
a.C. 3.000
-> d.C. 1.500
scrittura schiavistica/feudale agricoltura
d.C. 1.500
->
d.C. 2.000
stampa nazionale industriale
comunicazione
elettronica
universale informatica

Tab.2.1 Relazione tra comunicazione, organizzazione sociale e struttura del sistema produttivo 

Questo schema ci permette di vedere quali siano state le interconnessioni tra media, pensiero e cultura, ed in particolare di evidenziare i cambiamenti avvenuti nel sistema tecnologico - comunicativo con le conseguenze di: 
1. cambiamenti nella struttura del modo di pensare
2. mutamenti nel sistema dei sistemi simbolico - culturali di riferimento
3. modifiche del vissuto socio comunitario e organizzativo di una società [4]

In particolare, nelle culture dell'oralità primaria, erano prevalenti le caratteristiche della dipendenza dalla memoria e dal contesto del vissuto quotidiano, del carattere globalistico e paratattico, del tono enfatico e partecipativo, del potere magico - attivo della parola. Tutto ciò era dovuto alle particolari concezioni del tempo e del qui e ora, dove il passaggio di nozioni dal docente al discente avveniva in modo verbale, finanche con formule tribali ritualistiche e magiche.
Con l'avvento della scrittura alfabetico-sillabica, ad opera dei Greci, si avviarono diverse trasformazioni nei caratteri delle culture ad oralità primaria. Grazie ai testi scritti, l'attenzione si spostò dagli accadimenti dinamici a quelli statici; questo cambiamento si produsse in base alla sempre più diffusa alfabetizzazione, ovvero la capacità di leggere un testo piuttosto che ascoltarlo pronunciato da altri. La lettura di un testo scritto spezzò l'unidirezionalità dell'oralità, e la trasformazione del linguaggio orale in scrittura produsse, nel tempo, la nascita della logica, lo sviluppo del pensiero filosofico e scientifico, il distacco tra l'individuo ed il linguaggio.
Per molti secoli ancora, tuttavia, cultura orale e scritta convissero l'una accanto all'altra: la capacità di leggere, e soprattutto di scrivere, era ancora appannaggio di pochi, in specie uomini di culto, nobili o dignitari delle corti, mentre la massa della popolazione permaneva in uno stato di analfabetismo pressoché totale. 
Fu solo nel XV secolo, con l'invenzione di Gutenberg della stampa a caratteri mobili, che si venne a creare una frattura tra cultura orale e scritta, materializzando la parola e con essa l'attività noetica [5]
Secondo Elisabeth Eisenstein [6]

"la stampa è stata per la cultura occidentale successiva al XVI secolo un formidabile acceleratore di conoscenze, di scambio, di cooperazione tra intellettuali di vario tipo [...], in forme prima impensabili". 

Diversi sono i meriti che vengono attribuiti alla stampa: dalla produzione all'accumulazione di opere di ogni genere (testi scientifici, poemi epici, romanzi, e quant'altro), dallo stimolare la libera circolazione delle idee, all'allargamento dei dibattiti (politici, filosofici, economici, sociali, ... ), fino al supporto delle lingue volgari in sostituzione della lingua latina dei dotti. Ma la stampa portò soprattutto un grande mutamento: la cultura pre-gutemberghiana era una cultura statica, ovvero ciò che veniva appreso, una tantum, nella vita, generalmente durante gli anni formativi dell'infanzia e della adolescenza, era poi usato dall'intellettuale per il resto dei suoi giorni. L'avvento del libro stampato come strumento di apprendimento e di formazione

"non solo arricchisce fortemente la fase dello studio giovanile, ma moltiplica gli stimoli ed i mezzi per aggiornare di continuo quella preparazione e adeguare la visione delle cose, grazie ai nuovi libri che saranno via via accessibili all'alfabetizzato". [7]

È grazie, quindi, alla proliferazione dei testi scritti che si venne così a creare una nuova cultura, definita cultura di massa, nel senso che, per necessità economica e per opportunità ideologica e politica era destinata a categorie sociali il più vaste possibili, se non al popolo nella sua totalità. 
Secondo G. H. Bantock [8] il contenuto unificatore era dato da un romanticismo decadente, così

"mentre l'ordinamento etico-politico andava in rovina, i rapporti tra le classi e tra gli individui non erano più governati sempre da regole universali imposte dall'alto [...], l'uomo del XIX secolo va cercando altrove un riferimento stabilizzante o un perno su cui tentare di far ruotare la propria vita, e lo trova nell'Io".

Ma il vero cambiamento, la vera innovazione, fu data da quella che Walter Benjamin definì la "riproducibilità tecnica" [9], in primis grazie alla fotografia, ossia la riproduzione delle immagini e quindi della diffusibilità senza limiti delle stesse, successivamente del suono, attraverso il fonografo, il grammofono e il telefono, infine dell'immagine in movimento, grazie al cinema e soprattutto alla televisione. 
Si è dunque nel XX secolo, quando avviene quella che è stata definita la terza rivoluzione: nel 1946, nei laboratori della Moore School dell'Università di Pennsylvania viene realizzato il primo calcolatore elettronico, ENIAC (Electronic Numerical Integrator and Calculator); ENIAC viene considerato il predecessore degli attuali computer digitali, capace non solo di eseguire calcoli numerici o analisi e tabulazione di funzioni matematiche, ma anche, se opportunamente programmato, svariati compiti anche complessi [10]
Negli anni '60 la ricerca nel campo elettronico ed informatico riuscì a creare nuove generazioni di computer, di dimensioni ridotte, a transistor piuttosto che a valvole, con capacità di calcolo di molto maggiori, in tempi assai ridotti, rispetto alle prime versioni, ma un nuovo campo di ricerca si stava già delineando: la telematica, ovvero la possibilità di far comunicare tra loro due computer a distanza. 
L'inizio della telematica viene fissato nell'anno 1969 ad opera di un ente militare americano, Arpanet, ma il suo sviluppo fu dovuto soprattutto alle Università ed ai Centri di Ricerca, che diedero un notevole impulso a quella che, anni dopo, venne chiamata Internet, la Rete delle reti [11]

Caratteristica comune a questi mezzi, dunque, pur nelle dovute differenze semiotiche, è l'interattività, ossia la capacità di permettere una comunicazione bidirezionale o multidirezionale, ma soprattutto di permettere ad entrambi (o a più) soggetti di svolgere un ruolo attivo nella comunicazione. 
Non a caso, dunque, Ong [12] definisce il XX secolo come l'epoca dell'oralità secondaria:

"l'oralità secondaria è molto simile, ma anche molto diversa da quella primaria. Come quest'ultima, anche la prima ha generato un forte senso comunitario poiché chi ascolta le parole parlate si sente un gruppo [...] mentre la lettura di un testo scritto o stampato fa ripiegare gli individui su di sé. Ma l'oralità secondaria genera il senso di appartenenza a gruppi incommensurabilmente più ampi di quelle delle culture dell'oralità primaria, genera cioè il 'villaggio universale' di McLuhan".

In un lasso di tempo relativamente breve, rispetto almeno all'esistenza dell'universo, siamo passati dunque da una società tribale ad un villaggio globale, da una comunicazione orale ad una elettronica, da una civiltà basata sulla caccia ad una basata sull'informazione e l'high-tech. Questi cambiamenti sorprendono, soprattutto, per la rapida evoluzione avvenuta negli ultimi cinquecento anni, dove i mezzi, gli strumenti, gli artefatti, la tecnologia, hanno assunto una importanza sempre maggiore. 
È di questi che ci occuperemo nel prossimo paragrafo, in specie la tecnologica applicata all'educazione e l'apprendimento.

 

2.2. I NUOVI STRUMENTI TECNOLOGICI PER LA DIDATTICA

Erroneamente, fino a non molti anni fa si era soliti usare due concetti simili, ma diversi tra loro, per definire, in modo ambivalente, gli strumenti tecnologici per la didattica. Soltanto ultimamente si è giunti a descrivere la tecnologia dell'istruzione e dell'apprendimento, come l'organizzazione dei media presenti in un sistema informativo, e la tecnologia per l'educazione come l'insieme dei mezzi fisici (tv, computer, audiovisivi, etc) utilizzati per la formazione dell'individuo. 
Secondo i lavori del gruppo dell'A.E.C.T. (Association Educational Communication and Technology), le origini della tecnologia educativa possono essere chiarite tenendo conto dell'evoluzione nel tempo della stessa ricerca scientifica:

"nell'ambito delle tecnologie educative vanno distinti i metodi, intesi come percorsi di apprendimento-insegnamento, dalle tecniche vere e proprie, strumenti utilizzati come supporto finalizzato per raggiungere l'obiettivo del 'massimo risultato col minimo sforzo'" [13].

Ma che tipo di conoscenza si sviluppa con l'uso delle nuove tecnologie come strumenti didattici? Quali capacità critiche vengono stimolate? A queste e altre domande risponde il prof. Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell'Istruzione e dell'Apprendimento all'Università Roma Tre, in una intervista rilasciata a Wanda Marra dal titolo: "Una scuola più umana, grazie al computer" [14], di cui riportiamo le parti più salienti:

D: Quali sono secondo lei i lati positivi, ma anche quelli negativi dell'utilizzazione delle nuove tecnologie per la didattica? 

R: Il primo strumento tecnologico per la didattica è il libro, di cui è opportuno vedere i lati positivi e i lati negativi. Su questo tema si sono espressi nel passato filosofi, e non solo pedagogisti: penso - per fare solo un nome - a Rousseau. Forse abbiamo perso il senso di questo impegno di continua revisione dei limiti anche delle cose che risultano insostituibili.
Dunque, sono disposto a discutere di nuove tecnologie, se contemporaneamente sono poste in discussione anche le vecchie tecnologie. La positività e la negatività vanno pensate coinvolgendo contemporaneamente vecchie e nuove tecnologie. 
È assolutamente positivo un sistema didattico che prevede l'uso di più tecnologie e assolutamente negativo l'uso di un sistema didattico che prevede l'uso di una sola tecnologia. In questo senso, la mia critica alla scuola del libro sarebbe anche una critica alla scuola del computer. In positivo, invece, vedo la possibilità di dare vita a una scuola del libro e del computer. 

D: Quali sono i modelli didattici che comprendono l'uso delle tecnologie attualmente più utilizzati?

R: Necessariamente sono modelli che mettono in discussione i modelli precedenti. Le nuove tecnologie danno una visione del sapere di tipo articolato, di tipo reticolare, favoriscono i processi di collegamento, le pratiche di connessione e di integrazione, mettono in crisi gli ordinamenti disciplinari. Tutti questi aspetti possono essere visti come anarchia, oppure come elementi di arricchimento e di problematizzazione dell'ordine esistente. Io penso che bisogna lavorare in questa seconda direzione. L'ordine ha senso se insieme viene discusso un disordine: il disordine delle nuove tecnologie può anche influenzare l'ordine delle vecchie tecnologie, se tra le due c'è apertura, dialogo, confronto. 

D: Come si sta svolgendo questo confronto?

R: Come non si sta svolgendo... Le nuove tecnologie per avere vita devono essere trattate alla pari delle vecchie, come la lavagna o il libro. Se io mettessi tutte le lavagne in un'aula, oppure tutti i libri soltanto in biblioteca, tratterei le vecchie tecnologie come vengono trattate le nuove almeno in Italia, dove è invalsa l'abitudine a relegare il computer nel laboratorio. In questo modo i computer si fanno diventare delle macchine specialistiche e si perde di vista il fatto che la loro caratteristica fondamentale è di essere una macchina generalista, di essere una confederazione di macchine. In quanto tale, il computer deve poter essere usato come quaderno, lavagna, libro, telefono, finestra. Per questo la sua collocazione naturale è in classe, dove però l'insegnante spesso lo considera una presenza innaturale.

D: La conoscenza che si sviluppa utilizzando il computer ha delle caratteristiche diverse da quella tradizionale? Quali sono le facoltà che vengono maggiormente stimolate? 

R: Prima di tutto, vorrei sottolineare che sono favorevole a una logica dell'integrazione. Il libro mette in evidenza l'idea di una conoscenza che ha dei quadri fissi di riferimento, Internet o un videogioco o un Cd rom, invece, mettono più in evidenza il movimento e quindi il processo. Come la scrittura ha bisogno di essere accompagnata dal suono e dall'immagine, viceversa, suono e immagine hanno bisogno di trovare un punto di integrazione con le logiche della scrittura. Tutto questo favorisce l'idea di un sapere multimediale che si serve di diversi strumenti e che utilizza più codici contemporaneamente.

D: Utilizzando vecchie e nuove tecnologie, allora, si sviluppa una personalità più completa?

R: Certamente. Si sviluppa anche un'idea di soggetto completo, che utilizza diverse forme di intelligenza: non solo l'intelligenza astratta veicolata dal codice scritto, ma anche l'intelligenza concreta di agire dentro i suoni e le immagini.

[...]

D: Ci sono delle discipline in cui le nuove tecnologie sono più utili?

R: Il merito del computer e della Rete è nell'introdurre elementi di indisciplina dentro le discipline, nel dare una visione aperta del sapere. Ci sono ambiti del sapere che godono di essere proiettati in una dimensione aperta, come le arti. Il campo delle discipline scritte rischia di soffrire di questa esposizione. Ma anche questo campo potrebbe garantirsi dei vantaggi, una volta che non fosse messo in forse, ma invece confermato nelle sue prerogative da un arricchimento garantito dall'apertura. Quando parlo di apertura intendo soprattutto la Rete, la possibilità di entrare in contatto con un universo teoricamente illimitato di testi, di immagini, di suoni e con i loro ambiti d'uso. Cioè la possibilità di entrare in contatto anche con altri utilizzatori di testi, di entrare in uno spirito di comunità, in una dimensione in cui il sapere è condiviso, revisionato, pattuito, confrontato. Vuol dire dare maggiore spessore umano a questo sapere. Vuol dire consentire alla scuola di essere più umana di quanto non sia oggi, paradossalmente usando delle macchine.

[...]

D: Il computer come mezzo di insegnamento è in grado di stimolare la capacità critica?

R: Ci sono due forme di criticità che collaborano entrambe allo sviluppo di un atteggiamento complessivamente critico. Una è la criticità di tipo analitico, cioè la capacità di scomporre, analizzare, dividere, concettualizzare, una invece è la criticità orizzontale, cioè la capacità di collegare, di contestualizzare, di integrare, di sistemare, di arrangiare, di costruire. Il computer favorisce una, il libro favorisce l'altra, un contesto favorisce un tipo di intelligenza, un contesto un'altra. Anche se poi un libro può essere letto ipertestualmente e un ipertesto come se fosse un libro, nel bene o nel male...

D: Che cosa si dovrebbe insegnare a chi utilizza le nuove tecnologie per la didattica?

R: Le nuove tecnologie non sono insegnabili, si possono apprendere. Un adulto deve imparare a utilizzarle per i suoi bisogni, prima che per quelli professionali. Il rischio che corriamo con il computer è che si voglia insegnare agli insegnanti ad usarlo in modo didattico, senza dar loro la possibilità di un uso personale, disinteressato. Rischiamo di addestrare gli insegnanti a delle mansioni limitate rispetto alle possibilità della macchina.
Sono favoriti gli adulti che hanno a portata di mano un bambino maestro, che li pone nella sintonia giusta con la macchina, che è quella di assumerla come ambito di gioco, di usarla come strumento per mettersi in gioco. 

Gli elementi di spicco di questa intervista sembrano essere sostanzialmente due: da un parte, l'integrazione tra i vecchi ed i nuovi strumenti tecnologici, dall'altra l'elemento di apparente disordine, tradotto in messa in discussione dei precedenti modelli di apprendimento.
Le nuove tecnologie, ed in particolare l'uso del personal computer e della Rete informatica, sono quindi elementi di novità portatori di un disordine, di una "anarchia" nell'ordine precostituito; ma questo è tanto vero quanto il vedere, il vivere, lo strumento tecnologico come cosa altra, estranea ai modelli conosciuti di insegnamento, di apprendimento, di educazione. Al contrario, questi possono diventare validi mezzi di innovazione nel momento in cui vengono utilizzati per perseguire un fine, alla stregua "della lavagna, del gessetto, del libro, ...".

 

2.3 IL COMPUTER, LA RETE, L'APPRENDIMENTO 

Quale può essere, dunque, l'utilizzo del computer e della rete telematica, in particolare Internet, all'interno di un percorso formativo ? 
È interessante l'esperienza di Nanda Cremascoli che viene riportata nella seguente intervista [15] :

Domanda
Qual è il suo incarico attuale? 

Risposta
Io sono stata per molti anni insegnante di italiano e latino dapprima in un liceo scientifico e poi in un liceo classico. Adesso sono preside in questa scuola di Clusone, che è in provincia di Bergamo, da circa un anno e mezzo. Come ho già avuto modo di dire ho cominciato nel 1984 a occuparmi di informatica da insegnante di italiano, perché ho capito che questa disciplina poteva dare molto a noi insegnanti di italiano nel migliorare il rapporto con gli studenti e nel migliorare la qualità delle lezioni. A quell'epoca l'informatica era soprattutto usata come sistema di scrittura e nella mia attività questo era un elemento centrale, fondamentale e conseguentemente ho cominciato a far scrivere anche i miei studenti. Ho capito che la scrittura col personal computer li aiutava molto ad imparare proprio a scrivere, a comporre un discorso, a migliorare il loro rendimento scolastico. Ho capito che dovevo introdurre in maniera abbastanza stabile, direi quasi di routine, queste tecnologie nel mio corso, e ho cominciato a lavorare in maniera molto fruttuosa con i ragazzi della scuola dove ero allora. Gli studenti hanno inizialmente scritto usufruendo del personal computer e usando anche altri software che nel frattempo andavano sviluppandosi; inoltre hanno imparato a scrivere delle scalette, a fare dei lucidi, a preparare le proprie interrogazioni come se fossero delle presentazioni di un argomento, hanno imparato ad elaborare l'esposizione di qualche cosa legato alla loro attività. Sono state attività importanti che hanno chiarito bene, a me ma anche ai colleghi coi quali ho lavorato in quegli anni, che la qualità dell'apprendimento è direttamente proporzionale al fatto che gli studenti non vengano semplicemente intrattenuti in una lezione. Gli studenti hanno bisogno di avere un percorso di lavoro disegnato dall'insegnante che li costringa a fare, ad accumulare una serie di esperienze attraverso le quali maturano effettivamente delle conoscenze. 

Domanda
Quali sono state le reazioni dei suoi studenti di fronte all'introduzione della tecnologia? 

Risposta
Gli studenti hanno necessità di avere un percorso guidato dai loro insegnanti, un percorso di attività, di esercizi graduati magari per difficoltà, senza i quali la qualità del loro apprendimento è insoddisfacente. Non è pensabile che la didattica sia spesa, complessivamente e nella sua grande parte, come lezione frontale poiché questo è un modo di comunicare delle informazioni e il sapere che con studenti di un'età in fondo così giovane come i nostri che vanno dai quattordici ai diciotto/diciannove anni, non risulta essere l'approccio più produttivo. Questo non vuol dire che la lezione non ci debba essere, però non deve essere l'esclusiva attività didattica. Vorrei sottolineare l'importanza delle attività degli studenti, di un percorso ragionato di esercizi attuato attraverso questi strumenti che, per me insegnante di italiano che deve insegnare a scrivere, sono diventati veramente insostituibili. Come insegnare a scrivere se non correggendo e rifacendo ciò che si scrive? Scrivere è un'attività pratica. Si impara scrivendo. Quando gli studenti usavano carta e penna confesso che avevo qualche ritegno nel fargli rifare venti volte lo stesso compito, d'altronde proprio molte cose andavano corrette per imparare a costruire un testo composto in maniera corretta, con un tono appropriato di discorso a seconda dell'interlocutore e della situazione comunicativa nella quale ci si trova. La carta e la penna rendevano quasi impossibile riuscire a insegnare a scrivere ai miei studenti. Le cose sono migliorate in maniera radicale con il personal computer. I compiti in classe a questo punto si facevano nell'aula d'informatica pur con alcuni problemi logistici. È chiaro che in una classe ci sono più ragazzi che i dodici, quindici computer che normalmente un'aula d'informatica contiene. Però è anche vero che è possibile trovare tutta una serie di possibili soluzioni che adesso sarebbe lungo elencare, come ad esempio un gruppo di studenti scrive e fa i suoi compiti e l'altro gruppo lavora con l'insegnante nella stanza attigua a qualche cosa d'altro; la lezione successiva ci si scambia. Le esercitazioni dei ragazzi venivano scritte con personal computer in modo che potevano essere riscritte più volte in relazione alle mie correzioni. Questo ha migliorato l'approccio degli studenti con la scrittura. E il personal computer ha aiutato gli studenti anche a imparare a esprimersi in pubblico, perché cos'è un'interrogazione se non un parlare in pubblico su un argomento conosciuto sul quale si spera si è passabilmente preparati? I programmi di video scrittura consentono, fin dalle origini, la possibilità di costruire delle scalette, la possibilità anche, dopo l'integrazione degli strumenti di disegno, di disegnare delle mappe e di preparare dei veri e propri lucidi, che possono essere disposti sulla lavagna luminosa e, mentre si è interrogati, si guarda la scaletta del proprio discorso. Questa tecnica è utile naturalmente a chi parla, perché mantiene un livello di attenzione più alto, e a chi ascolta, cioè alla classe, perché la sua attenzione è attratta dalla scaletta, eliminando quella tendenza a distrarsi tipica della classe durante una interrogazione. Io ho fatto degli esempi legati alla scrittura e all'esposizione, perché queste sono attività centrali in un buon corso di educazione linguistica in una scuola media superiore, ma le stesse osservazioni le ho ascoltate da colleghi che insegnano matematica, lingue o altre materie. Questo tipo di strumenti consente agli studenti di svolgere una serie di attività che non sarebbe impossibile svolgere in altro modo, ma certamente sarebbe più difficile. Non sono d'accordo, inoltre, sul fatto che l'uso cartaceo sia più riflessivo. È più riflessivo, a mio parere, proprio lo scrivere con un personal computer, perché un personal computer consente, in maniera ragionevole dal punto di vista del tempo e dell'investimento, la revisione del testo. Francamente non ho visto i miei studenti approfittare troppo dei correttori ortografici. Vorrei dire che non ce n'era bisogno anche se, a dir la verità, qualcuno ne ha approfittato.

Domanda
Quali sono, dunque, i problemi di chi scrive?

Risposta
Il primo problema di chi scrive è sapere che cosa vuole dire e il secondo saper comporre bene la propria informazione in un discorso che abbia una sua coerenza, abbia un suo decoro, un suo tono appropriato. Rispetto al problema del correttore ortografico, una volta l'ortografia si insegnava ai bambini piccoli e all'età di quattordici anni dovrebbe essere un problema superato. Non lo è proprio per tutti, ma ripeto, questo non è il problema principale che io ho avuto come insegnante di italiano. I correttori sintattici ci sono ma essi non sono così raffinati da poter essere veramente usati da degli studenti che compongono discorsi di tipo espositivo e argomentativo su degli argomenti inerenti ai loro studi. Quindi questi non mi sono sembrati problemi troppo importanti e degni di essere presi troppo in considerazione. Quello che mi sembrava importante, e devo dire che questa è un'osservazione che ho ritrovato anche in alcuni saggi che si occupano delle caratteristiche della videoscrittura, è il fatto che il personal computer aiuti chi scrive a visualizzare, in un certo senso, a materializzare il proprio pensiero. Chi scrive in realtà compie una grossa operazione di astrazione. I ragazzi sono molto giovani, non necessariamente sono capaci di queste operazioni di astrazione ed il personal computer li aiuta, perché dà materialità al loro discorso che seppure grezzo, o addirittura brutale, si materializza sullo schermo e sullo schermo può essere coretto. Può essere rivisto il giorno dopo, può essere ripreso dopo un lasso di tempo che lascia sedimentare in qualche modo le cose e rende più facile la correzione. Proprio da questo aspetto è partita appunto la mia esperienza con l'uso del personal computer nonostante la mia scuola a quell'epoca non aveva neppure l'aula di informatica. Era un periodo nel quale non si discuteva ancora di autonomia scolastica e le scuole non avevano possibilità di gestire corsi, di gestire i loro stessi bilanci con i mezzi ordinari e quindi si era risolto il problema costituendo un'associazione che potesse comprare le macchine, allestire il laboratorio. Questa associazione si era occupata di costruire un'aula che metteva a disposizione delle scuole, perché allora le attrezzature informatiche nelle scuole erano ancora abbastanza povere. Ora non è più così e finalmente le scuole hanno ormai gli strumenti sia amministrativi che finanziari che permettono, ad esempio come in questa scuola, di disporre di almeno quattro laboratori di informatica. Quindi non siamo più nella condizione di dover chiedere l'aiuto di qualcuno per poter portare gli studenti a fare delle cose in laboratorio. 

Domanda
E per quanto riguarda Internet?

Risposta
Con la telematica abbiamo cominciato a lavorare nel 1993. La nostra prima esperienza è stata un'esperienza di posta elettronica avendo a disposizione un computer collegato alla linea telefonica con il modem. Avevamo anche a disposizione una rete, perché l'accesso a Internet era ancora un po' complicato ed anche molto costoso. Tuttavia, su una rete amatoriale come il Fidonet gli studenti hanno potuto cominciare ad apprezzare questo mezzo. Innanzitutto per chiacchierare con i loro compagni sparsi in altre scuole, a volte addirittura in paesi stranieri e quindi utilizzando anche la lingua inglese. La posta elettronica è stato lo strumento per rinnovare, anche da parte nostra, l'uso dell'amico di penna, come si è sempre usato nelle scuole. Sennonché i ragazzi erano molto più motivati perché l'amico di penna che risponde attraverso la posta ordinaria risponde quindici, venti giorni dopo mentre il riscontro della posta elettronica è quasi immediato. La posta elettronica è stata utilizzata non solo per comunicare ma anche per l'attività didattica ed il nostro primo lavoro è stato la costruzione di qualche capitolo di una grammatica virtuale dell'italiano che abbiamo tenuto in rete e che abbiamo fatto in collaborazione con alcuni studenti di un'università straniera che studiavano la nostra lingua. Dopo questa esperienza abbiamo partecipato al progetto Manuzio, che è il progetto di un'associazione romana, denominata Liber Liber, e consiste nella costruzione di una biblioteca digitale, da tenere online, dei classici della letteratura italiana. Gli studenti hanno digitalizzato il Decameron di Giovanni Boccaccio, l'anno dopo hanno digitalizzato l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e in questo modo si sono accostati all'uso e alla tecnologia degli ipertesti. Un'altra forma di elaborazione della scrittura è stata quella che ha permesso la creazione di un sito Web della scuola, dove viene presentata nello specifico la scuola e esposti i lavori come le unità didattiche scritte dagli insegnati, i lavori stessi degli studenti. Attualmente c'è un interessante lavoro fatto dagli studenti l'anno scorso che documenta un'esperienza di scambio con una classe francese che avevano svolto da poco. C'è un'altra bella pagina dedicata ai sentieri trekking della Val Seriana, scritta da ragazzi del secondo anno del corso dei geometri; inoltre in questo momento alcuni studenti stanno costruendo un sito Web della poesia italiana unitamente all'idea di analizzare gli spartiti metrici della poesia. Il loro punto di vista originale è quello di includere nella lista anche quelle che loro chiamano le canzoni moderne. Gli studenti analizzano i testi di Jovanotti, di Lucio Dalla e di Gianna Nannini e li trattano come se fossero testi, testi che hanno a che fare con il grande repertorio della nostra letteratura colta. Quindi il sito Web dedicato alla poesia italiana è piuttosto interessante perché consiste in un esercizio di scrittura che a questo punto non coinvolge più soltanto il testo, ma anche un codice che potremmo definire multimediale. Un codice che a questo punto si costruisce attraverso altri codici, perché in un testo multimediale non convive più soltanto la pagina scritta ma anche suoni, animazioni, filmati. C'è di tutto e si tratta di imparare a gestire questi linguaggi in maniera diversa. La soddisfazione degli studenti è grande, perché sentono di potersi esprimere con strumenti che loro sentono più vicini, di cui si sentono più padroni, e si scontrano con la difficoltà di maneggiare così tanti codici in maniera appropriata.

Domanda
Sembra quasi che tutta la didattica sia finalizzata a mettere qualcosa sul Web. In realtà si può utilizzare il computer anche al di là del Web?

Risposta
Sicuramente si. Direi, anzi, che il Web sia faticoso per la didattica, perché non dimentichiamo che gli accessi Web, gli accessi Internet delle scuole sono abbastanza poveri. Sono le "dial up connection", che hanno accessi abbastanza lenti, a volte intasati. In una scuola raramente si raggiungono le prestazioni cui sono abituate le università e le grandi aziende. Peraltro ritengo che il Web abbia dato qualche cosa di insostituibile alla didattica - so che molti sorrideranno - ma il Web ci ha dato gli ipertesti in HTML. Il problema è che gli ipertesti esistono da tanti anni. Ricordo di aver cominciato a scrivere ipertesti con Hypercard per Macintosh nell'88. Sotto Windows con Guide poco tempo dopo, e ho fatto questa esperienza con molti miei colleghi e nessuno di noi ha giudicato insegnabili gli ipertesti. La didattica diventa molto pesante, la tecnologia è troppo opaca e insegnare a usare "Guide" implica un corso di un certo numero di ore. Fare un ipertesto implica conoscere un linguaggio di programmazione e se devo insegnare un linguaggio di programmazione non posso fare lezione di letteratura italiana. Gli ipertesti, a me e a tanti miei colleghi, sono sembrati qualche cosa di assolutamente interessante e affascinante, li abbiamo usati molto per preparare le nostre lezioni. Non li abbiamo mai insegnati agli studenti fino a Mosaic, fino all'HTML, insomma fin quando abbiamo capito che con un editor, e a quell'epoca erano un po' artigianali mentre adesso Word fa cose straordinarie nel giro di pochi secondi, che con pochi comandi potevamo produrre degli ipertesti, senza che la nostra attenzione andasse troppo sulla tecnologia, sul linguaggio che gestisce gli ipertesti, e invece potesse dedicarsi ai nostri argomenti di studio. Un piccolo corso addestrativo di poche ore dava la possibilità a quegli studenti che conoscevano la video scrittura di scrivere cose straordinarie. Indubbiamente si possono fare corsi più raffinati perché si può imparare a gestire bene le immagini, i filmati, l'animazione, i suoni ma io sono convinta che in una giornata si possa costruire il sito Web della scuola, con gli strumenti giusti naturalmente, con la tecnologia giusta e con una guida ragionata. Aver capito che questo strumento ci dava la possibilità di introdurre l'ipertestualità sui nostri curricula di studio è veramente molto importante, altro poi è il discorso dell'utilità di Internet come rete nella scuola.
[...]


L'esperienza di questa insegnante è significativa poiché dimostra come l'uso del computer, all'interno di un percorso didattico, possa facilitare l'apprendimento dei discenti.
Qual è l'elemento fondante di questo modello formativo? È quello che viene definito il costruttivismo sociale [16], riprendendo in questo concetto la definizione di costruttivismo, ovvero il considerare la realtà come il prodotto stesso dell'esperienza di chi apprende, e gli elementi operativi dell'approccio culturale situato. L'aspetto pedagogicamente rilevante è l'atto di appartenenza alla comunità, per il quale ogni attore della comunità, anche il meno esperto, ha comunque uguali diritti di appartenenza ad essa.
Il costruttivismo sociale sottolinea la natura collaborativa e cooperativa di tale approccio definendo i concetti di Community of Learnes e Learning Circles:

"tali comunità di apprendimento prospettano un nuovo modello di formazione, alternativo a quello tradizionalmente scolastico e prossimo, invece, a quelli della vita quotidiana, dell'apprendistato, della formazione sul lavoro, del volontariato e delle comunità di scienziati" [17].

La Community of Learnes, o comunità di apprendimento, indica l'organizzazione di gruppi di studenti che cooperano nel raggiungimento di un determinato obiettivo comune; tale modello è stato recentemente rinnovato con l'introduzione di risorse telematiche per la costituzione di circuiti di utenti i cui membri cooperano ad un progetto formativo comune. Le comunità telematiche adottano come modalità di interazione l'apprendimento collaborativo.
I Learning Circles, o circoli di apprendimento, prevedono la costituzione di micro gruppi di lavoro che collaborano, attraverso l'uso di strumenti telematici quali la posta elettronica, all'interno di progetti comuni. I circoli sono formati generalmente da una classe scolastica, dove risulta essere quindi importante la figura dell'insegnante - coordinatore; tale figura ha il compito di guidare il processo di apprendimento e di monitorare i progressi del gruppo. Questo ruolo non è visto, perciò, come al di sopra delle parti, ma come membro del gruppo, dovendo collaborare con gli studenti della sua classe, gli insegnanti delle altre classi, gli esperti ed i tecnici esterni.

Come osserva Bianca Maria Varisco [18], con questi modelli:
. viene sottolineata la natura attiva dell'apprendimento ed il ruolo strategico della metacognizione;
. c'è una molteplicità di zone di sviluppo prossimale, che arricchisce la comunità di molteplici esperienze, ruoli e risorse;
. emerge una forte base dialogica,
. attraverso l'accesso indifferenziato alle pratiche (operative, discorsive, tecnologiche) si realizza la legittimazione alle differenze;
. l'apprendimento è contestualizzato e situato, nulla viene praticato senza uno scopo consapevole.

I modelli del costruttivismo sociale consentono, quindi, una progettazione didattica flessibile, emergente, partecipata; questo dovrebbe permettere di perseguire quello che Jonassen definisce l'apprendimento significativo, ovvero un apprendimento attivo, costruttivo, collaborativo, intenzionale, conversazionale, contestualizzato, riflessivo [19].

 

2.4. I "NUOVI LINGUAGGI" DELLA COMUNICAZIONE

Il Devoto-Oli definisce il linguaggio come una facoltà espressiva dell'uomo per mezzo di suoni articolati, organizzati in parole, atti ad individuare immagini e a distinguere rapporti secondo convenzioni implicite, varie nel tempo e nello spazio.
Parlando di computer e reti telematiche abbiamo però precedentemente visto come oralità e scrittura si integrino e, soprattutto, diventino non distinguibili. 
È possibile sintetizzare questi aspetti in una tabella riassuntiva: 

Scrittura: 

emancipazione, realizzazione

bi-locazione cognitiva, ricerca delle "parole più adatte", obiettivizzazione dei vissuti, lontananza di riferimento, possibilità di ri-connotare singoli aspetti o significati generali

comunicazione esclusivamente verbale (parole senza intonazione o inflessione, senza gesto); 

lo scrittore è "solo"
Oralità:

espressività, spontaneità

pensiero conservatore, con forte presenza di elementi affettivi, identificativi, valoriali, vicinanza di riferimento, immedesimazione, il messaggio come un "tutto"

comunicazione verbale e paraverbale, linguaggio formulaico, meccanismi addittivi e stereotipi 

il parlante "non è mai solo"
Scrittura:
atti linguistici: constatativi, asserzioni, descrizioni di realtà; "definirsi, essere definiti"

possibilità di condivisione. Molti lettori possibili, relazioni a distanza e post-mortem, lettura collettiva, ascolto interrogante, critico

possibilità di rifinitura e correzione, capacità discriminatorie nuove; rielaborazione cognitiva

stabilità/differenziazione
Oralità:
atti linguistici: performativi, richieste, "interrogarsi, essere interrogati"

condivisione locale, definizione di un'audience precisa, relazioni intense, potere evocativo, intuizione, ascolto empatico, interrogazione "a posteriori"

difficoltà di discriminare, controllare, progettare, monitorare il proprio racconto; rielaborazione affettiva e relazionale

fluidità/totalità

Tab 2.2: confronto di codici testuali scritto e orale [20]

Come affermano Matitieri e Manera [21]:

"la destrutturazione dello spazio fisico, la flessibilizzazione del tempo e l'organizzazione della vita sociale provocano, unite ai nuovi strumenti di comunicazione, un'enorme ampiezza di mutamento nell'esperienza e una notevole trasformazione dei parametri abituali di riferimento."

Se nella vita reale scrittura e oralità sono facilmente distinte e distinguibili, con i nuovi media tecnologici, ed in particolare computer e reti telematiche, avviene una inevitabile mescolanza dei due elementi. 
Anche quando la parola scritta viene affiancata da immagini, in Rete il metodo di comunicazione più importante è ancora il testo scritto, ed è su questo che la Rete ha determinato grosse trasformazioni: è stato necessario imparare a comunicare velocemente solo ed esclusivamente attraverso la parola scritta, utilizzando un linguaggio semplice ed universale.
La rete Internet, si è visto, nasce negli Stati Uniti e si sviluppa primariamente nei paesi anglosassoni acquisendone, quindi, cultura e lingua; ma ultimamente la Rete si è arricchita sempre più di nuove culture, diventando un vero e proprio melting pot da cui è nato uno slang che può essere scritto e capito da tutti gli utenti senza grandi difficoltà, ma che risulta incomprensibile a chi non frequenta la Rete. Questo slang, pur mantenendo alcune caratteristiche della lingua inglese, ha due sostanziali caratteristiche: gli acronimi e gli emoticons. 
Gli acronimi nascono dalla necessità di digitare velocemente sulla tastiera il testo da comunicare ad altri: "by the way" ("detto per inciso") diviene quindi "btw", così come "in my humble opinion" ("secondo la mia modesta opinione"), viene sintetizzato in "imho".
Sostiene a tal proposito Luciano Paccagnella [22]

"utilizzare gli acronimi non ha solo la funzione originaria di essere più breve, ma ha anche quella di evidenziare la propria 'alfabetizzazione' telematica, il proprio 'essere membro' della comunità - e quest'ultima possibilità è probabilmente ciò che più spinge ad usare quasi esclusivamente un numero ristretto di abbreviazioni 'riconosciute' ". 

Non tutto viene abbreviato, e non tutto quello che viene abbreviato conserva fedelmente il significato dell'espressione originaria; gli acronimi usati regolarmente sono alcune decine, e spesso si trovano esclusivamente in ambiti e culture specifiche, come ad esempio nella cultura hacker. Qui è stato elaborato uno slang molto articolato e complesso di cui una parte è riferito al linguaggio telematico in generale, mentre un'altra parte costituisce patrimonio quasi esclusivo della comunità hacker.
Tutti i termini attualmente usati vengono raccolti in un documento conosciuto come il Jargon File, disponibile online sul sito web http://www.tuxedo.org/~esr/jargon/jargon.html, a cura di Eric Raymond, e tradotto in diverse lingue da volontari di tutto il mondo. 
L'emoticon, o smiley, o in italiano "faccina" è una strategia sostitutiva dell'assenza di codici comunicativi gestuali, della mimica e della prossemica. Il più comune ed utilizzato è :-) che, se ruotato di novanta gradi in senso orario ricorda la figura stilizzata di un viso con occhi, naso e bocca. Esistono diversi tipi di emoticons e servono sostanzialmente per supplire alla mancanza di codici non verbali nella comunicazione telematica e per definire in ogni frase un contesto emotivo significativo.
Sostiene ancora Luciano Paccagnella [23]

"Gli smileys costituiscono fenomeni del tutto nuovi ed esclusivi della comunicazione telematica, richiedono anch'essi una certa dose di competenza linguistica specifica per essere usati e decodificati e fanno parte del patrimonio culturale acquisito durante un particolare processo di socializzazione".

Qualsiasi interazione in Rete, dunque, non può che svolgersi interamente all'interno del linguaggio. L'interazione in Rete è costituita esclusivamente da atti comunicativi: esiste e viene riconosciuto solo colui che comunica. Per questo sono importanti i processi di sviluppo di un linguaggio specifico, che tenga presente i limiti e le potenzialità del medium e che renda gli attori in grado di condividere senso e significato di quello che fanno all'interno di un ambiente virtuale. Il linguaggio è parte fondamentale di una qualsiasi cultura e definisce gli stessi confini della realtà; non si è in grado di sviluppare conoscenza se non attraverso il linguaggio utilizzato per descrivere e spiegare i fenomeni che accadono, nella vita reale come nella vita virtuale. 


[1] Par. 2 pag. 14. (^)
[2
] A. SANTONI ROGIU, Scenari dell'educazione nell'Europa Moderna, Ed. La Nuova Italia, Firenze 1994, p. 437. (^)
[3
] I. TANONI, L'enigma virtuale, Anicia, Roma 1998, p. 125. (^)
[4
] ibidem, pp. 125-130. (^)
[5
] I. TANONI, L'enigma virtuale, op. cit., p. 128. (^)
[6
] A. SANTONI ROGIU, Scenari dell'educazione nell'Europa Moderna, op. cit., pp. 440-441. (^)
[7
] A. SANTONI ROGIU, Scenari dell'educazione nell'Europa Moderna, op. cit., p. 446 (^)
[8
] ibidem, p. 461. (^)
[9
] ibidem, p. 466. (^)
[10
] B.M. VARISCO, Nuove Tecnologie per l'apprendimento, Garamond, Roma 1998, p. 16. (^)
[11
] ibidem, p. 110. (^)
[12
] I. TANONI, L'enigma virtuale, op. cit., p. 133. (^)
[13] I. TANONI, L'enigma virtuale, op. cit., p. 78. (^)
[14] URL: http://www.mediamente.rai.it/articoli/20020122b.asp (^)
[15] URL: http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=92&tab=int . (^)
[16] B.M. VARISCO, Nuove Tecnologie per l'apprendimento, op. cit., pp. 40-45. (^)
[17] ibidem, p. 42. (^)
[18] ibidem, p. 44. (^)
[19] ibidem, p. 45. (^)
[20] F. METITIERI, G. MANERA, Incontri Virtuali, Apogeo, Milano 1997, pp. 51-52. (^)
[21] ibidem, p. 52. (^)
[22] L. PACCAGNELLA, La comunicazione al computer, Il Mulino, Bologna 2000, p. 57. (^)
[23] ibidem, p. 57. (^)

 

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