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Il
calderone magico [1]
di Eric S. Raymond, Giugno 1999
Abstract
Questo saggio analizza il substrato economico in evoluzione del fenomeno
open source. Innanzitutto, si sfatano alcuni miti predominanti circa il
finanziamento dello sviluppo dei programmi e la struttura del prezzo del
software. Quindi si presenta un'analisi della stabilità dell'open source,
basata sulla teoria dei giochi, per poi passare a nove modelli di
finanziamento sostenibile per la gestione open source; due no profit e
sette a scopo di lucro. Si continua esponendo una teoria qualitativa delle
circostanze in cui la scelta del software commerciale è più razionale,
in termini economici.
In seguito, si esaminano alcuni nuovi meccanismi aggiuntivi che il mercato
sta inventando per finanziare lo sviluppo open source con finalità di
lucro, ivi compresa la reinvenzione del sistema del patrocinio e la
costituzione di mercati specifici. Si conclude con alcune previsioni
ipotetiche degli sviluppi futuri.
Sommario
1 Indistinguibile dalla magia
2 Oltre la cultura del dono
3 L'illusione manifatturiera
4 "L'informazione vuole essere libera": un mito
5 L'inverso dell'area comune
6 Perché chiudere il codice sorgente
7 Modelli che promuovono il valore d'uso
7.1 Il caso
Apache: suddivisione dei costi
7.2 Il caso Cisco: ripartizione del rischio
8 Perché il
valore di vendita è problematico
9 Modelli basati sul valore di vendita indiretto
9.1
Articolo civetta/posizionatore sul mercato
9.2 "Widget frosting"
9.3 Rivelare la ricetta, aprire un ristorante
9.4 Fornire accessori
9.5 Liberare il futuro, vendere il presente
9.6 Liberare il software, vendere il marchio
9.7 Liberare il software, vendere il contenuto
10 Quando
l'open source, quando il software commerciale
10.1 Quali
sono i vantaggi?
10.2 Come interagiscono?
10.3 Doom: un caso di studio
10.4 Capire quando è il momento
11 L'ecologia
aziendale dell'open source
12 Affrontare il successo
13 Ricerca e sviluppo open source e reinvezione del
patrocinio
14 Come arrivarci
15 Conclusioni: la vita dopo la rivoluzione
16 Ringraziamenti
17 Perché i driver chiusi fanno perdere soldi ai
produttori
18 Cronologia
1
Indistinguibile dalla magia
Nella mitologia gallese, la dea Ceridwen possiede un enorme pentolone che
produce cibo prelibato, ogni qualvolta gliene venga dato ordine con una
formula magica nota soltanto alla dea. Nella scienza moderna, Buckminster
Fuller ci ha fornito il concetto di "effimerizzazione", secondo
cui la tecnologia diventa sempre più efficace e sempre meno costosa, via
via che le risorse materiali investite nei progetti precedenti vengono
sostituite da una quantità crescente di informazioni. Arthur C. Clarke ha
messo in collegamento le due cose affermando che "ogni tecnologia
sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia".
A molte persone, i successi della comunità open source sembrano un
esempio inverosimile di magia. Software di alta qualità si materializzano
"gratis", il che è bello finché dura, ma sembra a malapena
sostenibile nel mondo reale, in cui dominano competizione e scarsità di
risorse. Ma dov'è il trucco? La pentola magica di Ceridwen è soltanto un
gioco di prestigio? E se non lo è, come funziona l'effimerizzazione in
questo contesto? Qual è la formula magica della dea? (up)
2 Oltre
la cultura del dono
Sicuramente, l'esperienza della cultura open source ha fatto vacillare
molte certezze in coloro che hanno studiato la gestione del software in un
ambiente ad essa esterno. "La cattedrale e il
bazaar" descriveva i modi in cui la gestione decentrata e
cooperativa del software contravveniva efficacemente alla legge di Brooks,
portando a livelli di affidabilità e qualità dei singoli progetti senza
precedenti. "Colonizzare la noosfera"
esaminava le dinamiche sociali in cui si colloca questo modello di
gestione a "bazaar", sostenendo che la prospettiva migliore per
comprenderlo si trovava non già nelle convenzioni dell'economia di
scambio, bensì in quella che gli antropologi chiamano la "cultura
del dono", i cui membri competono per il proprio status regalando
vari oggetti. In questo saggio, cominceremo sfatando alcuni miti diffusi
sull'economia della produzione di software, per poi proseguire l'analisi
di e nelle sfere dell'economia, della teoria dei giochi e delle strategie
aziendali, sviluppando nuovi strumenti concettuali necessari per
comprendere il modo in cui la cultura del dono, tipica degli sviluppatori
open source, possa sostenersi in un'economia di scambio.
Per perseguire questa linea di analisi senza lasciarci fuorviare, dovremo
abbandonare (o almeno decidere di ignorare temporaneamente) il livello di
spiegazione relativo alla "cultura del dono".
[HtN] sosteneva che comportamenti riconducibili
alla cultura del dono si manifestano in situazioni in cui i beni di prima
necessità siano sufficientemente abbondanti da far diminuire l'interesse
nel gioco dello scambio; ma se questa sembra abbastanza convincente come
spiegazione psicologica e comportamentale, non è sufficiente a chiarire
il variegato contesto economico in cui opera la maggioranza degli
sviluppatori open source.
Per la maggior parte di essi, il gioco dello scambio ha perso le sue
attrattive, ma non la capacità di opporre limiti. Il loro comportamento
deve risultare abbastanza sensato in un'economia a scarsità di materiale
per mantenersi in una zona di surplus che possa sostenere la cultura del
dono.
Pertanto, considereremo ora (interamente dall'interno di un'economia di
scarsità) le modalità di cooperazione e scambio che sostengono lo
sviluppo open source. Nel far ciò, risponderemo al quesito pragmatico:
"Come fare soldi con questa cosa?", dettagliatamente e fornendo
esempi. Prima, però, mostreremo che gran parte della tensione sottostante
questa domanda deriva da modelli divulgativi assai diffusi sull'economia
della produzione del software, che si rivelano falsi alla prova dei
fatti.
(Una nota conclusiva prima di venire all'esposizione: la discussione e il
sostegno accordato allo sviluppo open source in questo saggio non devono
essere scambiati per una tesi secondo cui lo sviluppo commerciale sarebbe
intrinsecamente errato, né per un pamphlet contro i diritti di proprietà
intellettuale nel software e nemmeno per un appello altruistico alla
"condivisione". Benché questi argomenti siano ancora assai cari
a una minoranza rumorosa nella comunità open source, le esperienze fatte
dai tempi di [CatB] ne hanno svelato il carattere
superfluo. Un argomento perfettamente sufficiente in favore dello sviluppo
open source può basarsi sui suoi risultati a livello ingegneristico ed
economico: migliore qualità, maggiore affidabilità, costi inferiori e
varietà di scelta). (up)
3
L'illusione manifatturiera
Per iniziare, occorre far notare che i programmi informatici, come tutte
le altre classi di strumenti o beni capitali, hanno due tipi distinti di
valore economico: hanno, cioè, un valore d'uso e un valore di
vendita.
Il valore d'uso di un programma è il suo valore economico in quanto
strumento. Il valore di vendita di un programma è il suo valore in quanto
articolo commerciabile (nel gergo professionale degli economisti, il
valore di vendita è il valore come bene finito, mentre il valore d'uso è
il valore come bene intermedio). Quando il profano cerca di ragionare
sull'economia della produzione di software, tende a prendere come esempio
la fabbrica, sfruttando un modello fondato sulle seguenti premesse.
1. La maggior parte dell'orario di lavoro degli sviluppatori è retribuito
in base al valore di vendita.
2. Il valore di vendita di un software è proporzionale ai costi dello
sviluppo (cioè al costo delle risorse necessarie per duplicarlo in modo
funzionale) e al valore d'uso.
In altre parole, c'è una forte tendenza a presupporre che il software
condivida le caratteristiche di valore di un tipico bene manifatturiero.
Ma è possibile dimostrare che entrambe queste presupposizioni sono
false.
Innanzitutto, il codice scritto per la vendita non è che la punta
dell'iceberg rappresentato dalla programmazione. Nell'era precedente il
microcomputer, era opinione comune che il 90% di tutto il codice diffuso
nel mondo fosse scritto all'interno di aziende, come banche o compagnie di
assicurazione. Probabilmente, questo non è più vero: oggi, altre
industrie sono assai più coinvolte nel software, per cui la frazione del
totale realizzata dall'industria finanziaria è diminuita. Ma vedremo, tra
breve, che esistono prove empiriche che circa il 95% del codice viene
ancora scritto all'interno di aziende.
Tale codice comprende la maggior parte dei sistemi di gestione
informatica, compresi gli adattamenti del software a scopo finanziario e
la gestione di banche dati necessarie a tutti i media e alle grandi
imprese. Comprende codice tecnico-specialistico come i device driver (ma
quasi nessuno fa soldi vendendo device driver e su questo punto torneremo
in seguito), nonché tutti i tipi di software incorporato per le nostre
macchine, sempre più basate sui microchip, dagli strumenti meccanici agli
aerei di linea a reazione, dalle macchine ai forni a microonde, fino ai
tostapane.
Gran parte di questo codice, prodotto a livello aziendale, è integrato
nel suo ambiente attraverso modalità che rendono molto difficili il
riutilizzo e la copia (ciò è vero sia che per "ambiente" si
intenda una serie di procedure interne agli uffici di un'impresa, sia che
si intenda il dispositivo di iniezione del carburante in una
mietitrebbia). Perciò, con il variare dell'ambiente, occorre sempre molto
lavoro per l'adattamento del software.
Si tratta della "manutenzione" che, come sa qualsiasi ingegnere
o perito informatico, rappresenta la stragrande maggioranza (più del 75%)
del lavoro per cui sono pagati i programmatori. Di conseguenza, il
programmatore passa gran parte del suo tempo (e guadagna gran parte del
suo salario) scrivendo e aggiornando codice aziendale che non ha alcun
valore di vendita: il lettore potrà facilmente verificare questo fatto
esaminando le offerte di lavoro per programmatori in qualsiasi giornale
che contenga una sezione di annunci economici.
Scorrere gli annunci di lavoro su di un quotidiano locale è un
esperimento illuminante a cui vorrei invitare il lettore o lettrice.
Esaminate le offerte di lavoro per programmazione, elaborazione di dati,
ingegneria informatica e cercate lavori che coinvolgano lo sviluppo di
software. Suddividete le varie offerte a seconda del fatto che il software
venga realizzato per l'uso o per la vendita.
Emergerà ben presto che, anche attenendosi alla più elastica definizione
di "vendita", almeno diciannove su venti dei salari offerti
proverranno esclusivamente dal valore d'uso (ossia dal valore del bene
intermedio). Qui si trova la nostra ragione di ritenere che solo il 5%
dell'industria sia sostenuta dal valore di vendita. Notate, però, che il
resto dell'analisi svolta nel presente saggio è relativamente insensibile
a questo dato: anche se fosse il 15 o addirittura il 20%, le conseguenze
economiche resterebbero essenzialmente le stesse.
(Quando prendo la parola in convegni tecnici, solitamente inizio il mio
intervento ponendo due quesiti: quante persone nel pubblico sono pagate
per scrivere software, e per quante il salario dipende dal valore di
vendita del software. Generalmente, ottengo una selva di mani alzate alla
prima domanda, poche o addirittura nessuna alla seconda, e molta sorpresa
da parte del pubblico davanti a una tale proporzione.)
In secondo luogo, la teoria per cui il valore di vendita di un software è
collegato ai suoi costi di sviluppo o sostituzione si sfata ancora più
facilmente, esaminando il comportamento stesso dei consumatori. Sono molti
i beni per cui una proporzione di questo genere regge (prima della
svalutazione): cibo, automobili, strumenti meccanici. Ci sono anche molti
beni non tangibili il cui valore di vendita è strettamente collegato ai
costi di gestione e sostituzione: i diritti di riproduzione di musica,
cartine o banche dati, per esempio. Tali beni possono mantenere o
addirittura aumentare il proprio valore di vendita, una volta uscito di
scena il produttore originale.
Al contrario, quando un produttore software cessa l'attività (o se il
prodotto sta andando fuori produzione), il prezzo massimo pagato dal
consumatore andrà rapidamente verso lo zero, a prescindere dal valore
d'uso teorico o dai costi di sviluppo di un equivalente funzionale. (Per
verificare questa affermazione, basta osservare gli scatoloni delle
rimanenze al negozio di software più vicino a casa vostra.)
Il comportamento dei rivenditori, quando un produttore chiude, è assai
rivelatore. Ci fa capire che i rivenditori sanno qualcosa che i produttori
non sanno. Ciò che sanno è che il prezzo pagato dal consumatore è
determinato, in realtà, dalle previsioni sul valore futuro dei servizi
del produttore (dove "servizi" comprende, in questo caso,
personalizzazioni, aggiornamenti e progetti in progressione.) In altre
parole, il software è in gran parte un'industria di servizi che opera
sotto la persistente, ma infondata illusione che si tratti di un'industria
manifatturiera.
Vale la pena esaminare il motivo per cui, normalmente, tendiamo a credere
il contrario. Potrebbe essere semplicemente perché la piccola porzione
dell'industria del software che produce a livello industriale per la
vendita è anche la sola a pubblicizzare i suoi prodotti. Inoltre, alcuni
dei prodotti più visibili e fortemente pubblicizzati sono effimeri, come
giochi che hanno ben pochi requisiti in materia di servizi di
aggiornamento (che sono l'eccezione, piuttosto che la regola).
Vale anche la pena notare che l'illusione manifatturiera incoraggia un
assetto dei prezzi patologicamente scollato rispetto alla reale
scomposizione dei costi di sviluppo. Se (com'è generalmente accettato)
oltre il 75% dei costi del ciclo vitale di un normale progetto software è
legato alla manutenzione, alla messa a punto e alle estensioni, la comune
politica dei prezzi, consistente nell'imporre un elevato prezzo fisso
all'acquisto e contributi per l'assistenza relativamente bassi o
addirittura nulli, è destinata a condurre a risultati deludenti per
entrambe le parti.
I consumatori perdono perché, anche se il sofware è un'industria di
servizi, gli incentivi nel modello della fabbrica vanno tutti contro
l'offerta da parte del produttore di un servizio competente. Se il denaro
del produttore proviene dalla vendita di articoli, la maggior parte dei
suoi sforzi si concentrerà sul produrne il più possibile e mandarli
fuori al più presto; l'ufficio assistenza, non attraendo profitti,
diventerà una discarica per i meno efficienti e avrà soltanto le risorse
strettamente necessarie a non alienarsi un numero eccessivo di
clienti.
L'altra faccia della medaglia è che la maggior parte dei produttori che
accettano questo modello della fabbrica finirà per fallire, nel lungo
periodo. Finanziare spese di assistenza a scadenza indefinita, a partire
da un prezzo fisso, è fattibile solo in un mercato in espansione
abbastanza rapida da coprire i costi per l'assistenza e il ciclo vitale
applicabili alle vendite di ieri, ma con i guadagni di domani. Una volta
che il mercato raggiunge la maturazione e le vendite rallentano, la
maggior parte dei produttori non avrà altra scelta se non tagliare le
spese, abbandonando il prodotto.
Che ciò sia fatto in modo esplicito (mettendo il prodotto fuori catalogo)
o implicito (rendendo più difficile l'accesso all'assistenza), l'effetto
è comunque la fuga di clientela verso la concorrenza (poiché distrugge
il valore futuro del prodotto, che è parte integrante del servizio). Nel
breve periodo, si può sfuggire a questa trappola rilasciando file che
correggono errori di programmazione ("bug-fix") facendoli
passare per nuovi prodotti, con un prezzo nuovo, ma i consumatori si
stancano facilmente. Nel lungo periodo, tuttavia, l'unico modo per
cavarsela è non avere concorrenza, il che equivale a detenere un vero e
proprio monopolio sul mercato. Alla fine, ne rimarrà soltanto uno.
E, in effetti, abbiamo visto diverse volte questo modello uccidere
concorrenti anche forti al secondo posto in una nicchia di mercato. (Lo
schema dovrebbe risultare particolarmente chiaro a chiunque abbia mai
esaminato la storia dei sistemi operativi proprietari per il personal
computer, dei word processor, dei programmi di contabilità e del software
per l'impresa in generale). I perversi incentivi insiti nel modello della
fabbrica conducono a una dinamica di mercato per cui il vincitore prende
tutto e in cui anche i clienti del vincitore finiscono per perdere.
E se non il modello della fabbrica, quale? Per far fronte in modo
efficiente alla reale struttura dei costi del ciclo vitale di un software
(sia nel senso informale di "efficienza", sia nel suo
significato in gergo economico), serve una struttura dei prezzi fondata su
contratti per determinati servizi, abbonamenti e scambio di valore
continuativo tra produttore e consumatore. Pertanto, date le condizioni di
ricerca dell'efficienza imposte dal libero mercato, possiamo prevedere
che, se questo tipo di struttura dei prezzi si imporrà, il risultato
finale sarà un'industria del software matura.
Fin qui, ci siamo addentrati nel motivo per cui il software open source
pone una sfida sempre più stringente e non puramente tecnologica, ma
anche economica, nei confronti dell'ordine costituito. Pare che l'effetto
del rendere un software "libero" sia quello di costringerci a
entrare in un mondo dominato dallo schema servizio/costo e mostrarci come
il valore di vendita degli articoli commerciali sia sempre stata
un'impalcatura relativamente fragile.
Il termine "libero" è fuorviante anche in un altro senso.
Abbassare il costo di un bene tende a far aumentare, piuttosto che
diminuire, gli investimenti totali nell'infrastruttura che lo sostiene.
Quando il prezzo delle automobili diminuisce, la richiesta di meccanici
per auto aumenta: è per questo che, probabilmente, anche quel 5% di
programmatori, attualmente retribuiti in base al valore di vendita, non ne
risentirebbe in un mondo open source. Chi perderebbe, nella transizione,
non sarebbero i programmatori, bensì gli investitori che hanno scommesso
su strategie di non disponibilità del codice sorgente in casi in cui non
sono opportune. (up)
4
"L'informazione vuole essere libera": un mito
C'è un altro mito, uguale e contrario all'illusione del modello della
fabbrica, che spesso inganna chi riflette sull'economia del software open
source: è l'idea che "l'informazione voglia essere libera". Ciò
conduce solitamente all'affermazione secondo cui un costo marginale uguale
a zero per la riproduzione di informazioni digitali, implicherebbe che
anche il costo alla vendita sia zero. La forma più diffusa di questo mito
si sfata facilmente, considerando il valore di un'informazione che dia
accesso a un bene ambito, come la mappa di un tesoro, o il numero di un
conto corrente in Svizzera, o ancora l'accesso a servizi quali una
password di account per un computer. Benché l'informazione richiesta
possa essere duplicata a costo zero, lo stesso non si può dire
dell'oggetto richiesto. Perciò, la richiesta stessa dell'informazione fa
sì che anche i costi marginali non equivalgano più a zero.
Riportiamo questo mito per dimostrare la sua non attinenza con gli
argomenti economici e utilitaristici in favore dell'open source: come
vedremo in seguito, questi argomenti, in generale, reggerebbero anche
supponendo che i software presentino veramente una struttura del valore,
diversa da zero, tipica di un bene industriale. Non c'è dunque bisogno di
trattare il problema se il software "debba" essere libero o
meno. (up)
5
L'inverso dell'area comune
Dopo aver analizzato un modello assai diffuso con occhio critico, vediamo
di costruirne un altro: una spiegazione economica solida di che cosa possa
rendere sostenibile la cooperazione open source. Si tratta di un quesito
che richiede un'indagine a un paio di livelli diversi. Al primo livello,
occorre spiegare il comportamento dei singoli individui che collaborano a
progetti open source; al secondo, occorre comprendere le forze economiche
che sostengono la cooperazione a progetti open source come Linux o Apache.
Ancora una volta, occorre, innanzitutto, confutare un modello divulgativo
assai diffuso che ostacola la comprensione. Sopra ogni tentativo di
spiegare il comportamento cooperativo aleggia l'ombra della Tragedia
dell'area comune di Garret Hardin ([note] Garret Hardin:
professore emerito di Biologia presso l'Università di Santa Barbara (CA),
Hardin è l'autore, fra l'altro, di un saggio dal titolo "The Tragedy
of Commons", considerato un contributo fondamentale all'ecologia,
alla teoria del contenimento demografico e all'economia politica (N.d.T)
).
Hardin, com'è noto, ci chiede di immaginare un prato a uso comune in un
villaggio di coltivatori, che vi conducono le proprie mandrie al pascolo.
Ma gli effetti del pascolo degradano l'area comune, estirpando l'erba e
lasciando macchie brulle in cui l'erba ricresce molto lentamente. Se manca
una politica condivisa (e messa in atto!) per la distribuzione dei diritti
di pascolo, al fine di prevenire gli eccessi, l'interesse di ciascuna
delle parti starà nel far pascolare il maggior numero di capi possibile
al più presto possibile, nel tentativo di trarre il massimo valore dal
pascolo, prima che degeneri in un mare di fango.
La maggior parte di noi ha un modello intuitivo del comportamento
cooperativo che funziona più o meno in questo modo. In realtà, non si
tratta di una diagnosi valida per i problemi economici dell'open source,
che sono legati al free riding ([note] Free riding: nel
linguaggio economico, indica l'accesso a un servizio che consente
l'ottenimento di un beneficio senza oneri per sé. L'esistenza di free
riders nel campo dell'open source è una diretta conseguenza della
disponibilità stessa del codice sorgente. (N.d.T.)) (e quindi alla
scarsità di ricavi) piuttosto che alla congestione di un bene pubblico
(per sovrautilizzo). Ciononostante, questa è l'analogia che sento nella
maggior parte delle obiezioni improvvisate.
La tragedia dell'area comune non fa che predire tre possibili risultati.
Uno è il mare di fango. Un altro è che una figura con poteri coercitivi
imponga una politica di ripartizione delle aree a nome del villaggio (una
soluzione comunista). Il terzo è che l'area comune venga suddivisa via
via che i vari membri del villaggio recingono aree che sono in grado di
difendere e di mantenere in modo sostenibile (la soluzione del diritto di
proprietà).
Quando, con una riflessione, si applica questo modello alla cooperazione
open source, ci si aspetta che avrà vita molto breve. Poiché non c'è
alcun modo ovvio per mettere in atto una politica di ripartizione del
tempo trascorso dai programmatori su Internet, questo modello conduce
direttamente alla previsione che l'area comune si spezzetterà, che i vari
software diverranno commerciali, e che ci sarà sempre meno lavoro
disponibile nello spazio comune.
In effetti, la realtà empirica prova che la linea di tendenza è quella
opposta. L'ampiezza e il volume dello sviluppo open source (misurati, per
esempio, attraverso i contributi pervenuti ogni giorno a Metalab o gli
annunci pubblicati ogni giorno su freshmeat.net) sono in crescita
costante. È chiaro che il modello della tragedia dell'area comune non è
in grado, per motivi sostanziali, di descrivere quello che sta succedendo
in realtà.
Un aspetto della risposta si trova senz'altro nel fatto che l'utilizzo dei
software non ne diminuisce il valore. Anzi, l'uso massiccio di software
open source tende a farne aumentare il valore, con la possibilità da
parte degli utenti di aggiungere correzioni e funzionalità a loro
piacimento ("patches" del codice). In quest'area comune
all'inverso, l'erba cresce più alta quando si è in tanti a
pascolare.
Un altro aspetto della risposta si trova nel fatto che il presunto valore
di mercato di una piccola correzione apportata al codice sorgente è
difficile da stimare. Supponiamo che io scriva una correzione per un
difetto seccante e supponiamo anche che molti si accorgano che la mia
correzione ha un valore in denaro: ma come faccio a ricavarlo da tutte
quelle persone? I sistemi di pagamento tradizionali hanno costi aggiuntivi
abbastanza alti da costituire un problema per le tipologie di
micropagamento che si rivelerebbero adatte in questi casi.
Forse, sarebbe più appropriato affermare che questo valore non è solo
difficile da stimare, ma che, in generale, è anche difficile da
assegnare. Supponiamo, a titolo di esempio, che Internet sia fornita di un
sistema di micropagamento ideale, almeno a livello teorico: sicuro,
accessibile a tutti, senza spese aggiuntive. Ora supponiamo che voi
abbiate scritto una patch dal titolo "Correzioni varie per il kernel
di Linux". Come stabilirete il prezzo da chiedere? E come potrà
l'eventuale acquirente, non avendo ancora visto la patch, valutare quanto
sia ragionevole sborsare per averla?
Quella che abbiamo di fronte è una specie di immagine a galleria degli
specchi di ciò che F. A. Hayek ([note] F. A. Hayek:
(1899-1992): vincitore del premio Nobel per l'Economia nel 1974, Hayek fu
tra i pionieri della teoria monetaria e principale proponente della
dottrina del libero arbitrio nel ventesimo secolo. Ha insegnato alle
Università di Londra, Chicago e Friburgo. La sua dottrina sostiene che,
per effettuare un calcolo economico, occorre un mercato dei mezzi di
produzione, in mancanza del quale non c'è alcun modo per stabilire il
valore dei suddetti mezzi e, di conseguenza, alcun modo per trovare le
giuste modalità di produzione (N.d.T).) chiamò "il problema
del calcolo": servirebbe un superuomo, capace di stabilire il valore
funzionale delle correzioni e abbastanza fidato da fissare i giusti
prezzi, per oliare gli ingranaggi del commercio.
Sfortunatamente, c'è una seria carenza di superuomini, per cui l'autore
di patches, signor John Smith Hacker, ha solo due possibilità: o tenersi
la patch, oppure metterla gratuitamente nello spazio comune. La prima
scelta non presenta alcun guadagno. La seconda potrebbe non presentare un
guadagno, ma potrebbe anche incoraggiare la distribuzione a catena ad
altri utenti che, in futuro, si rivolgerebbero al signor John Smith per
eventuali problemi. La seconda scelta, apparentemente altruistica, è in
realtà egoista al punto giusto, nella prospettiva della teoria dei
giochi.
In un'analisi di questa tipologia di cooperazione, è importante notare
che, se esiste un problema di free riding (il lavoro può essere poco
remunerativo in assenza di denaro o di altri compensi equivalenti) esso
non si aggrava in proporzione al numero degli utenti. La complessità e il
costo delle comunicazioni che ruotano intorno a un progetto open source
sono da considerarsi quasi del tutto una funzione del numero di
sviluppatori coinvolti: la presenza di più utenti che non esaminano mai
il codice sorgente, in realtà, non costa nulla. Può far aumentare il
numero di domande banali che compaiono nella mailing list del progetto, ma
si può facilmente farvi fronte gestendo una pagina di Frequently Asked
Questions e ignorando candidamente i quesiti da cui risulti ovvio che la
pagina non è stata letta (e, infatti, entrambi i comportamenti sono
consueti).
I veri problemi creati dal free riding, nel campo del software open source,
dipendono più che altro dai costi contingenti alla distribuzione stessa
delle patches. Un collaboratore che abbia poco da perdere nel gioco
culturale della reputazione (vedi ), in assenza di un compenso in denaro,
potrebbe pensare: "Non vale la pena distribuire questa correzione,
perché dovrei ripulire la patch, scrivere un ChangeLog e firmare le carte
di licenza della Free Software Foundation...". È proprio per questo
che il numero dei collaboratori (e, in seconda istanza, il successo dei
progetti) è fortemente e inversamente proporzionale alle difficoltà cui
l'utente deve far fronte per collaborare a un progetto. Tali costi
contingenti possono essere di natura sia politica, sia meccanica, e
insieme possono spiegare perché una cultura sconnessa e amorfa come
quella di Linux abbia attratto enormemente più energie cooperative
rispetto a sforzi organizzati sistematicamente e più centralizzati, come
BSD, e perché la FSF abbia iniziato a perdere importanza con la
diffusione di Linux.
Tutto questo va benissimo, finché dura. Si tratta, però, di una
spiegazione post factum di ciò che fa il signor John Smith Hacker della
sua patch, una volta pronta. Ma ci manca ancora una spiegazione economica
di come questo signore, tanto per cominciare, sia riuscito a scrivere la
patch, invece di lavorare su un programma commerciale che avrebbe potuto
apportargli un guadagno sul valore di vendita. Quali sono, quindi, i
modelli commerciali che creano nicchie in cui possa fiorire lo sviluppo
dell'open source? (up)
6 Perché
chiudere il codice sorgente
Prima di passare a una tassonomia dei modelli aziendali open source, ci
occuperemo dei vantaggi dell'esclusione in generale.
Che cosa proteggiamo esattamente, quando chiudiamo l'accesso al codice
sorgente?
Supponiamo che incarichiate qualcuno di scrivere un pacchetto software di
contabilità, specifico per la vostra impresa. Il problema non sarà più
facile da risolvere, che il codice sorgente sia aperto o chiuso: l'unica
motivazione razionale per tenerlo segreto è se si intende vendere il
pacchetto ad altre persone o impedirne l'uso da parte della
concorrenza.
La risposta più ovvia è che stiate proteggendo il valore di vendita, ma
questo non si applica al 95% dei software scritti per uso interno. Quindi,
quali altri benefici apporta la chiusura?
La seconda possibilità (proteggere il vantaggio competitivo) richiede un
esame più attento. Supponiamo che optiate per la disponibilità del
codice sorgente del pacchetto contabile. Il pacchetto si diffonderà e
migliorerà, grazie ai perfezionamenti apportati dalla comunità. Ma anche
la vostra concorrenza inizierà a usarlo, ne trarrà beneficio senza
pagare costi di sviluppo e minaccerà la vostra impresa. Può considerarsi
un argomento contro l'open source?
Può darsi, ma può darsi anche di no. Il problema reale è se il
beneficio ottenuto dalla ripartizione degli oneri di sviluppo supera le
perdite dovute all'aumento della competizione a causa del free riding.
Molti tendono a fare ragionamenti semplicistici su questo argomento, (a)
ignorando il vantaggio funzionale derivante dall'impiego di più addetti
allo sviluppo; (b) non considerando i costi di sviluppo come costi
sommersi. Tanto per formulare un'ipotesi, dal momento che i costi di
sviluppo sarebbero da pagare ugualmente, sarebbe errato calcolarli come
costi dell'open source (qualora si scelga questa strada).
Ci sono altre ragioni puramente irrazionali che motivano la non
disponibilità del codice sorgente. Potreste, per esempio, star lavorando
nell'illusione che il software commerciale tuteli l'impresa contro i
cracker e gli intrusi. Se è così, vi consiglio immediatamente una
conversazione a scopo terapeutico con un crittografo. I veri paranoici del
lavoro sanno che è meglio non fidarsi della sicurezza dei programmi
commerciali, perché la dura esperienza ha insegnato loro che è meglio
non farlo. La sicurezza è un aspetto dell'affidabilità: soltanto gli
algoritmi e le applicazioni che siano stati accuratamente controllati e
rivisti da più persone potranno essere considerati sicuri. (up)
7 Modelli
che promuovono il valore d'uso
Un fattore chiave evidenziato dalla distinzione tra valore d'uso e di
vendita è che solo il valore di vendita è minacciato dal passaggio dal
software commerciale all'open source, contrariamente al valore
d'uso.
Se il valore d'uso, anziché il valore di vendita, è veramente il
principale propulsore dello sviluppo del software e se (come spiegato in )
lo sviluppo dell'open source è veramente più efficace ed efficiente di
quello commerciale, allora dobbiamo aspettarci di trovare circostanze in
cui il presunto valore d'uso sia sufficiente per finanziare lo sviluppo
dell'open source in modo sostenibile.
E, in effetti, non è difficile individuare almeno due modelli degni di
nota in cui il salario di uno sviluppatore open source a tempo pieno
proviene interamente dal valore d'uso. (up)
7.1 Il
caso Apache: suddivisione dei costi
Supponiamo che lavoriate per una ditta che, per condurre i propri affari,
abbia necessità di un webserver molto potente e altrettanto affidabile.
Potrebbe trattarsi di commercio elettronico o di un'azienda pubblicitaria
di grande rilievo o anche di un portale Web. Comunque sia, vi serve un
collegamento sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro, vi
servono velocità e possibilità di personalizzare. Ma come ottenere tutte
queste cose? Sono tre le strategie di base che si possono
perseguire:
Acquistare un webserver proprietario. In questo caso, si scommette sul
fatto che le priorità del produttore coincidano con le proprie e che il
produttore abbia la competenza tecnica sufficiente per metterle in pratica
nel migliore dei modi.
Ma anche supponendo che entrambi questi requisiti sussistano, è probabile
che il prodotto non sia molto personalizzabile: si potrà modificare
soltanto attraverso gli appigli che il produttore avrà voluto fornirvi.
Infatti, la strada del webserver proprietario non è molto popolare.
In proprio. Costruire il proprio webserver non è un'opzione da scartare
in partenza: i webserver non sono molto complessi, e certamente lo sono
meno dei browser. Inoltre, un webserver specializzato può essere molto
potente ed efficiente. Percorrendo questa strada, si possono ottenere
esattamente le prestazioni e le caratteristiche di personalizzazione
desiderate, anche se si dovranno poi pagare in termini di tempo di
sviluppo. Inoltre, la ditta potrebbe trovarsi in difficoltà, una volta
che l'autore si licenzi o vada in pensione.
Unirsi al gruppo Apache. Il server Apache è stato costruito da un gruppo
di webmaster in collegamento su Internet, che si sono accorti che era
preferibile unire i propri sforzi per migliorare una base comune di codice
piuttosto che gestire una moltitudine di sforzi di sviluppo paralleli. Così
facendo, sono riusciti a ottenere quasi tutti i vantaggi derivanti
dall'autonomia, ma anche la maggiore potenzialità di debugging derivante
da una revisione effettuata da più persone in maniera intensiva e in
parallelo.
I vantaggi offerti dalla scelta di Apache sono fortissimi. Per verificare
quanto, basta consultare il sondaggio mensile Netcraft, che mostra la
costante crescita di Apache sul mercato fin dai suoi inizi, contro tutti i
webserver proprietari. Al giugno 1999, Apache e i suoi derivati occupano
il 61% del mercato, benché non ci sia, dietro questo progetto, alcun
proprietario legale, alcuna forma di promozione né una vera e propria
organizzazione di servizi.
La storia di Apache generalizza un modello in cui gli utenti di software
trovano vantaggioso sostenere lo sviluppo dell'open source perché, così
facendo, ottengono un prodotto migliore di come potrebbe essere
altrimenti, a un costo inferiore. (up)
7.2 Il
caso Cisco: ripartizione del rischio
Alcuni anni fa, due programmatori della Cisco (produttrice di
apparecchiature per networking) hanno ottenuto l'incarico di scrivere un
sistema distribuito per la stampa in spooling, ad uso della rete aziendale
di Cisco. È stata una vera e propria sfida. Oltre a supportare la
possibilità di un ipotetico utente A di stampare su un'ipotetica
stampante B (che avrebbe potuto trovarsi nella stanza accanto, così come
a migliaia di chilometri), il sistema doveva garantire che, in mancanza di
carta o di toner, il comando di stampa sarebbe stato ridiretto a un'altra
stampante, vicina a quella ricevente il comando. Inoltre, il sistema
avrebbe dovuto notificare problemi di questo tipo a un operatore di
stampa.
I due programmatori riuscirono a effettuare una valida serie di modifiche
al software standard Unix per la stampa in spooling, oltre ad alcuni
script di contorno, che permisero il raggiungimento degli obiettivi. Ma
poi si accorsero di avere un problema (e Cisco con loro).
Il problema era che nessuno dei due programmatori sarebbe rimasto alla
Cisco per sempre. Alla fine, entrambi se ne sarebbero andati, e il
software, rimasto senza manutenzione, avrebbe iniziato a deteriorarsi (cioè
a perdere gradualmente sincronia con le condizioni del mondo reale). A
nessuno sviluppatore piace veder accadere cose di questo genere al frutto
del proprio lavoro, e l'intrepida coppia aveva capito che Cisco,
nell'adottare questa soluzione, si era basata sul presupposto non troppo
assurdo che sarebbe sopravvissuta ai loro due posti di lavoro.
Per questo, andarono dal loro capo e lo indussero ad autorizzare il
rilascio del software per la stampa in spooling come open source. Le loro
ragioni ruotavano intorno al fatto che Cisco non aveva alcun valore di
vendita da perdere, mentre aveva molte altre cose da guadagnare.
Incoraggiando la formazione di una comunità di utenti e di
co-sviluppatori diffusi tra molte grandi imprese, Cisco avrebbe potuto
effettivamente difendersi contro i rischi legati alla perdita degli autori
originali del software.
La storia della Cisco generalizza un modello in cui l'open source serve
non tanto ad abbassare i costi, quanto a ripartire il rischio. Tutte le
parti in gioco si accorgono che la disponibilità del codice sorgente, così
come la presenza di una comunità che agisce in collaborazione, finanziata
da più fonti di reddito indipendenti, fornisce una garanzia di
sopravvivenza che ha un valore economico intrinseco o, comunque, un valore
sufficiente per finanziarla. (up)
8 Perché
il valore di vendita è problematico
L'open source rende piuttosto difficile trarre un valore di vendita
diretto dai software. Non si tratta di una difficoltà tecnica: il codice
sorgente non è né più né meno copiabile del binario e l'istituzione
del copyright e di diritti di licenza che permettano la riscossione del
valore di vendita, non sarebbe necessariamente più difficile per i
prodotti open source che per quelli commerciali.
La difficoltà sta piuttosto nella natura del contratto sociale che si
trova alla base dello sviluppo open source. Per tre motivi che si
rinforzano a vicenda, la principale licenza open source proibisce la
maggior parte delle forme di restrizione d'uso, ridistribuzione e modifica
che faciliterebbero la riscossione di profitti derivanti dal valore di
vendita.
Per comprendere questi motivi, occorre esaminare il contesto sociale nel
quale si sono evolute le licenze: la cultura hacker di Internet.
Nonostante i miti sulla cultura hacker ancora assai diffusi (nel 1999) al
suo esterno, nessuna di queste ragioni ha a che fare con l'ostilità nei
confronti del mercato. Se è vero che una minoranza di hacker resta ancora
ostile alla logica del profitto, la volontà generalizzata da parte della
comunità di cooperare con aziende i cui prodotti si basano su Linux, come
Red Hat, SUSE e Caldera dimostra che la maggioranza degli hacker sarebbe
felice di lavorare a fianco del mondo dell'impresa, quando è nei loro
interessi. Le ragioni reali per cui gli hacker guardano con scetticismo
alle licenze che consentono guadagni diretti, sono assai più sottili e
interessanti.
Una delle ragioni riguarda la simmetria. Mentre la maggior parte degli
sviluppatori open source non oppone obiezioni sostanziali al fatto che
altri traggano profitto dai loro doni, i più chiedono che nessuno (ad
eccezione, eventualmente, del creatore di una parte del codice) si trovi
in una posizione privilegiata per fare profitti. Il signor John Smith
Hacker è d'accordo che la Fubarco tragga profitti dalla vendita del suo
software o delle sue patches, ma solo nel caso che anche lui stesso,
almeno in teoria, possa farlo.
Un'altra ragione riguarda le conseguenze indesiderate. Gli hacker hanno
osservato che le licenze che comportano la restrizione e il pagamento di
contributi per uso "commerciale" o vendita (il tentativo più
comune e, a prima vista, nemmeno tanto assurdo, di recuperare il valore di
vendita diretto) hanno effetti davvero inquietanti. Un caso specifico è
la possibilità di controllare segretamente la legalità di attività come
la ridistribuzione in antologie economiche su CD-ROM, che in linea di
massima sarebbero da incoraggiare. Più in generale, le restrizioni
sull'uso, la vendita, le modifiche, la distribuzione (e altre clausole
presenti sulle licenze) comportano spese aggiuntive per la conformità
della distribuzione e (con l'aumento dei pacchetti in circolazione e in
utilizzo) una combinazione esplosiva di incertezza soggettiva e potenziali
rischi legali. Poiché questi risultati si considerano dannosi, si
registra una forte pressione sociale per mantenere le licenze semplici ed
esenti da restrizioni.
L'ultima e più importante ragione riguarda la dinamica di revisione e di
cultura del dono descritta in [HtN]. Le
restrizioni sulle licenze, designate per proteggere la proprietà
intellettuale o per percepire un valore di vendita diretto, hanno spesso
l'effetto di rendere legalmente impossibile la biforcazione dei progetti
(questo avviene, per esempio, per le licenze di Sun, le cosiddette
"Community Source", per Jini e Java). Se la biforcazione
incontra molto scetticismo ed è considerata come l'ultima risorsa (per le
ragioni spiegate diffusamente in ), la presenza di quest'ultima risorsa si
considera di capitale importanza in caso di incompetenza o defezione del
gestore (a causa, per esempio, di una licenza troppo restrittiva).
La comunità hacker mostra una certa elasticità in materia di simmetria:
per questo, tollera licenze, come NPL di Netscape, che concedono alcuni
privilegi in materia di profitti agli autori originali del codice (nel
caso specifico di NPL, il diritto esclusivo di utilizzare il codice open
source di Mozilla in prodotti derivati, anche commerciali). Ma ha meno
elasticità nei confronti delle conseguenze indesiderate e nessuna sul
mantenimento della possibilità di biforcazione (ed è per questo che gli
schemi elaborati dalla Sun per la "Community License" di Java e
Jini sono stati in gran parte rifiutati dalla comunità).
Queste ragioni spiegano le clausole della Open Source Definition, scritta
per esprimere il parere congiunto della comunità hacker sui requisiti
essenziali delle licenze standard (GPL, licenza BSD, licenza MIT e Licenza
Artistica). Queste clausole hanno l'effetto (ma non l'intenzione) di
rendere molto difficile l'ottenimento di un valore di vendita. (up)
9 Modelli
basati sul valore di vendita indiretto
Ciononostante, esistono modi per costruire mercati nei servizi legati al
software che comportino un valore di vendita indiretto.
Sono cinque i modelli conosciuti e due quelli teorici (ma se ne potranno
sviluppare altri in futuro). (up)
9.1
Articolo civetta/posizionatore sul mercato
In questo modello, si usa il software open source per creare o mantenere
una posizione sul mercato per un software proprietario che genera una
fonte diretta di profitti. Nella variante più comune, un software client
"libero" agevola le vendite di un software server, o profitti da
abbonamento/pubblicità in relazione a un portale Web.
La Netscape Communications perseguiva questa strategia quando, all'inizio
del 1998, rese disponibile il codice sorgente del browser Mozilla. Il giro
d'affari legato al browser ammontava al 13% dei guadagni ed era in calo,
in seguito al lancio di Internet Explorer da parte della Microsoft. Le
intense attività di marketing concentrate su Internet Explorer (nonché
l'equivoca vendita congiunta di sistema operativo e software, che sarebbe
stata al centro di una causa legale antitrust) hanno ben presto intaccato
la fetta di mercato del browser Netscape, creando preoccupazioni che la
Microsoft intendesse monopolizzare il mercato dei browser, per poi
sfruttare il proprio controllo de facto sull'HTML, per eliminare Netscape
dal mercato server.
In effetti, rendendo disponibile il codice sorgente del browser Netscape,
ancora assai diffuso, Netscape ha negato alla Microsoft la possibilità di
istituire un monopolio del browser. Netscape prevedeva che lo spirito di
collaborazione dell'open source avrebbe accelerato lo sviluppo e il
debugging del browser. Sperava altresì che Microsoft Internet Explorer si
sarebbe trovato costretto a tenere il passo e dunque impossibilitato a
definire l'HTML in modo esclusivo.
Questa strategia ha funzionato. Nel novembre 1998, infatti, Netscape ha
cominciato a riguadagnare la sua quota di mercato rispetto a Internet
Explorer. Al momento dell'acquisizione di Netscape da parte di America
On-Line (AOL), all'inizio del 1999, il vantaggio competitivo di aver
mantenuto in gioco Mozilla era abbastanza chiaro perché uno dei primi
impegni dichiarati da AOL fosse proprio quello di continuare a sostenere
il progetto Mozilla, benché si trovasse ancora allo stadio iniziale. (up)
9.2
"Widget frosting"
Questo modello riguarda i produttori di hardware (hardware, in questo
contesto, comprende tutto a cominciare da schede Ethernet e simili fino a
interi sistemi). Le pressioni del mercato hanno costretto le società che
trattano hardware a scrivere e gestire software (dai device driver agli
strumenti di configurazione, fino a interi sistemi operativi), ma il
software stesso non è fonte di profitti, bensì una spesa aggiuntiva,
spesso consistente.
In questa situazione, la disponibilità del codice sorgente non dà molto
da pensare. Non ci sono guadagni da perdere, né aspetti negativi. Ciò
che il produttore acquista è una risorsa di sviluppo di gran lunga
maggiore, una risposta più rapida e flessibile alle esigenze dei clienti
e maggiore affidabilità, grazie alla possibilità di revisione reciproca.
Inoltre, apre la strada ad altri ambienti gratuitamente e, probabilmente,
accresce anche la fedeltà dei clienti, in quanto il personale tecnico
dedica più tempo al codice per esaudire le richieste di personalizzazione
della clientela.
Ma i produttori, solitamente, sollevano alcune obiezioni specifiche nei
confronti della disponibilità del codice sorgente per i driver hardware.
Invece di mescolarle a discussioni di carattere più generale in questa
sede, ho dedicato un'intera appendice a questo argomento in
particolare.
Il margine di sicurezza dell'open source è particolarmente evidente nel
campo del debugging di elementi di interfaccia ("widget frosting").
I prodotti hardware hanno produzione e tempi di assistenza limitati,
scaduti i quali, i clienti si ritrovano da soli. Ma se hanno accesso al
codice di altri driver, con la possibilità di utilizzarli per produrre
patches secondo il bisogno, è più probabile che rimangano clienti della
stessa società.
Un esempio assai illuminante dell'adozione del "widget frosting"
ci è fornito dalla decisione da parte di Apple Computer, a metà marzo
del 1999, di rendere disponibile il codice sorgente di "Darwin",
il fulcro del sistema operativo MacOSX server. (up)
9.3
Rivelare la ricetta, aprire un ristorante
In questo modello, si rende disponibile il codice sorgente di un software
per creare una nicchia di mercato non nel settore del software commerciale
(come nel caso Articolo civetta/posizionatore sul mercato), bensì nei
servizi.
(Tempo fa, chiamavo questa strategia "Regalare il rasoio, vendere le
lame", ma il legame non è tanto stretto quanto implica l'analogia
tra rasoio e lama.)
Ecco come agiscono Red Hat e altri distributori di Linux. Ciò che
vendono, in realtà, non sono i software, ossia i bit, ma il valore
aggiunto nell'assemblaggio e nelle prove di un sistema operativo
funzionante e con garanzie (anche solo implicite) di commerciabilità e
compatibilità con altri sistemi operativi della stessa marca. Altri
elementi del valore da essi offerto comprendono l'assistenza gratuita per
l'installazione e l'offerta di opzioni per contratti di assistenza
continuativi.
Le possibilità di costruire mercati nell'open source sono estremamente
significative, specie per imprese che si trovino, per propria natura, nel
settore dei servizi. Un caso recente e assai istruttivo è rappresentato
da Digital Creations, un'impresa di Web design aperta nel 1998 e
specializzata in banche dati complesse e siti per la gestione di
transazioni. Il suo strumento principale, la punta di diamante della
proprietà intellettuale dell'impresa, è un object publisher che oggi,
dopo essere passato attraverso diversi nomi e forme, si chiama Zope.
Quando Digital Creations decise di cercare un capitale di rischio,
l'esperto convocato valutò la futura nicchia di mercato dell'impresa, il
suo personale e i suoi strumenti, per poi consigliare alla Digital
Creations di portare Zope all'open source.
Stando agli standard tradizionali dell'industria del software, questa
sembrerebbe una mossa completamente folle. La saggezza convenzionale,
acquisita alla scuola di economia, ci insegna che una proprietà
intellettuale vitale come Zope rappresenta la punta di diamante di
un'impresa e che non deve essere venduta in alcun caso. Ma l'esperto aveva
due argomenti a suo sostegno: il primo, che il vero patrimonio di Zope, in
realtà, erano i cervelli e le abilità delle persone in esso impegnate;
il secondo, che probabilmente, Zope avrebbe prodotto più valore nel
costruire un mercato che come strumento segreto.
Per capire tutto questo, paragonate le due situazioni. In quella
convenzionale, Zope rimane l'arma segreta della Digital Creations.
Ammettiamo pure che sia molto efficace. Il risultato è che l'impresa sarà
in grado di ottenere una qualità superiore in tempi brevi, ma nessuno lo
saprà. Sarà facile soddisfare i clienti, ma più difficile sarà
iniziare con l'accattivarsi una clientela di base.
L'esperto, invece, capì che uno Zope open source avrebbe rappresentato
una pubblicità importantissima per il vero patrimonio della Digital
Creations: le persone. Ipotizzò che i clienti, valutando le prestazioni
di Zope, avrebbero considerato più efficace contattare gli esperti,
piuttosto che sviluppare una gestione interna di Zope.
Da allora, uno dei rappresentanti di Zope conferma pubblicamente che la
strategia open source ha "aperto molte porte che non si sarebbero
trovate altrimenti". I potenziali clienti non mancano di rispondere
alla logica sottesa a questa situazione e, come previsto, Digital
Creations è in auge.
Un altro esempio recentissimo è fornito da e-smith, inc.. Questa società
vende contratti di assistenza per un server Internet pronto all'uso e open
source, un adattamento di Linux. Uno dei rappresentanti, descrivendo la
diffusione dei software e-smith scaricati gratuitamente, ha affermato:
"Per la maggioranza delle imprese, questa sarebbe pirateria del
software: per noi, è libero mercato." (up)
9.4
Fornire accessori
In questo modello, si vendono accessori per il software open source. Allo
scalino più basso, tazze da tè e magliette; a quello più alto,
documentazione redatta e prodotta a livello professionale.
La O'Reilly Associates, editrice di molti manuali eccellenti sul software
open source, è un ottimo esempio di impresa fornitrice di accessori. Per
la precisione, O'Reilly impiega famosi hacker operanti nell'open source
(tra cui Larry Wall e Brian Behlendorf), come metodo per costruirsi una
reputazione nel mercato di sua scelta. (up)
9.5
Liberare il futuro, vendere il presente
In questo modello, si rilascia il software in file binario e codice
sorgente con una licenza commerciale, ma contenente una data di scadenza
della non disponibilità del codice sorgente. Ad esempio, si potrebbe
scrivere una licenza che permetta la libera ridistribuzione, proibisca
l'uso commerciale senza pagamento di contributi e garantisca che il
software rientri nei termini della licenza GPL un anno dopo il rilascio o
in caso di cessata attività del produttore.
Con questo modello, i clienti hanno la certezza che il prodotto sia
personalizzabile secondo i bisogni, in quanto ne hanno il codice sorgente.
Il prodotto è ad alto margine di sicurezza: la licenza garantisce che una
comunità open source possa rilevare il prodotto, qualora l'impresa
originale si estingua.
Poiché il prezzo e il volume delle vendite si basano su queste
aspettative del cliente, l'impresa originale dovrebbe vedere aumentare i
propri profitti grazie a un prodotto di questo tipo, più che con una
licenza esclusivamente commerciale. Inoltre, dal momento che il codice
originale è sotto licenza GPL, sarà comunque passato in rassegna
seriamente da più persone, subirà correzioni e altri aggiustamenti che
solleveranno l'autore da una parte del 75% di oneri di manutenzione.
Questo modello è stato seguito con successo da Aladdin Enterprises, gli
autori del famoso programma Ghostscript (un interprete PostScript in grado
di tradurre nel linguaggio originale di molte stampanti).
Lo svantaggio principale di questo modello è che le clausole commerciali
tendono a inibire la revisione reciproca, nonché la partecipazione,
proprio agli inizi del ciclo di produzione, quando ce n'è più bisogno. (up)
9.6
Liberare il software, vendere il marchio
Questo modello rappresenta una strategia aziendale in prospettiva. Si
procede all'open sourcing di una tecnologia software, mantenendo una
sequenza di prove o insieme di criteri di compatibilità, per poi vendere
agli utenti un marchio che certifichi la compatibilità dello strumento
tecnologico in loro possesso con tutti gli altri della stessa marca.
(È così che Sun Microsystems dovrebbe gestire Java e Jini.) (up)
9.7
Liberare il software, vendere il contenuto
Questo modello, ancora una volta, rappresenta una strategia aziendale in
prospettiva. Immaginiamo una specie di servizio di borsa telematica in
abbonamento. Il valore non è da ricercare né nel software client, né
nel server, bensì nell'oggettiva affidabilità delle informazioni
fornite. Quindi, si rende disponibile il codice sorgente di tutti i
software e si vendono abbonamenti per accedere ai contenuti. Via via che
gli hacker aprono il client a nuove prestazioni e lo migliorano in vari
modi, il mercato si espande automaticamente.
(Ecco perché AOL dovrebbe effettuare l'open sourcing del suo software
client.) (up)
10
Quando l'open source, quando il software commerciale
Dopo aver passato in rassegna alcuni modelli di business che sostengono lo
sviluppo del software open source, possiamo affrontare il quesito più
generale: quando è ragionevole, in termini economici, utilizzare l'open
source e quando è preferibile il software commerciale. Innanzitutto,
occorre chiarire i vantaggi di ciascuna strategia. (up)
10.1
Quali sono i vantaggi?
L'approccio commerciale consente di raccogliere profitti dai propri bit
segreti; d'altra parte, chiude le possibilità di un'autentica revisione
reciproca e autonoma. L'approccio open source pone le condizioni per la
revisione autonoma da parte di più individui, ma non fa riscuotere alcun
profitto per i bit segreti.
Il vantaggio di tenere segreti i bit si comprende facilmente: per
tradizione, le strategie aziendali centrate sul software sono state
costruite intorno a esso. Fino a poco tempo fa, invece, il vantaggio della
revisione autonoma non era di facile comprensione. Il sistema operativo
Linux, tuttavia, ci insegna una lezione che probabilmente avremmo dovuto
imparare già anni fa dalla storia del core software di Internet e da
altre branche dell'ingegneria: la revisione reciproca consentita dall'open
source è l'unico metodo misurabile per raggiungere alta fedeltà e qualità.
In un mercato competitivo, perciò, una clientela alla ricerca di alta
fedeltà e qualità premierà i produttori di software che scelgono l'open
source scoprendo come mantenere un flusso di profitti basato sui servizi,
sul valore aggiunto e su altri mercati complementari a quello del
software. Questo è il fenomeno che sta dietro il sorprendente successo di
Linux che, nato dal nulla nel 1996 è giunto alla fine del 1998 a oltre il
17% del mercato dei server aziendali e sembra sulla buona strada per
dominare il mercato nel giro di due anni (all'inizio del 1999, IDC
prevedeva che Linux sarebbe cresciuto più velocemente di tutti gli altri
sistemi operativi messi insieme fino al 2003).
Un altro vantaggio dell'open source, di importanza quasi pari al primo, è
la sua utilità come metodo per propagare standard "liberi" e
costruire mercati intorno a essi. La fortissima crescita di Internet deve
molto al fatto che nessuno possiede il protocollo TCP/IP; nessuno, cioè,
è in possesso di un "lucchetto" con cui controllare i
protocolli di base di Internet.
L'effetto rete innescato dal successo dei protocolli TCP/IP e di Linux è
abbastanza chiaro e si riduce, in ultima analisi, a una questione di
fiducia e simmetria: le potenziali parti coinvolte in un'infrastruttura
comune hanno ragione di fidarsi maggiormente, se possono vedere come
funziona in tutte le sue applicazioni e preferiranno un'infrastruttura in
cui tutte le parti abbiano pari diritti a una in cui una sola parte goda
di una posizione privilegiata da cui trarre profitti ed esercitare il
proprio controllo.
Tuttavia, non è necessario ricorrere all'effetto rete per rilevare
l'importanza delle questioni di simmetria per i consumatori di software.
Razionalmente, nessun consumatore di software sceglierà di chiudersi in
un circuito monopolistico controllato da un fornitore, divenendo così
dipendente dal software commerciale, se ha a disposizione un'alternativa
open source di qualità accettabile. Questo argomento si rafforza via via
che il ruolo del software diventa decisivo per l'attività del
consumatore: e più vitale è, meno tollerante sarà il consumatore nei
confronti di un controllo da parte di terzi.
Infine, un vantaggio importante offerto dal software open source ai
clienti, e collegato alla questione della fiducia, è il suo margine di
sicurezza. Se il codice sorgente è disponibile, il cliente ha una via
d'uscita in caso di fallimento del produttore. Ciò si rivela
particolarmente importante per il debugging degli elementi di interfaccia,
poiché l'hardware tende ad avere cicli di vita brevi, ma l'effetto è più
generico e si traduce in un maggior valore del software open source. (up)
10.2
Come interagiscono?
Quando i profitti ottenuti dai bit segreti sono maggiori del rendimento da
open source, è ragionevole, in termini economici, scegliere la soluzione
commerciale. Quando invece è il rendimento da open source a superare i
proventi dei bit segreti, è ragionevole, in termini economici, scegliere
l'open source.
In sé, questa è un'osservazione banale. Ma non è più banale, se
teniamo conto che il rendimento dell'open source è più difficile da
calcolare e da prevedere rispetto ai profitti derivanti dai bit segreti:
inoltre, tale rendimento è ampiamente sottovalutato, più spesso che
sopravvalutato. Anzi, prima che il mondo del business iniziasse a
ripensare le proprie premesse in seguito alla diffusione del codice
sorgente di Mozilla, all'inizio del 1998, i vantaggi dell'open source
erano considerati, a torto ma assai diffusamente, equivalenti a
zero.
Come valutare, dunque, i vantaggi dell'open source? È una domanda
difficile, in generale, ma la si può affrontare come qualsiasi altro
problema di natura predittiva. Si può iniziare da alcuni casi in cui
l'approccio open source abbia trionfato o fallito. Si può poi cercare di
generalizzare, pervenendo a un modello che dia almeno un'idea qualitativa
dei contesti in cui l'open source sia la formula vincente per
l'investitore o per l'impresa che cerchi di massimizzare i rendimenti.
Infine, si può tornare ai dati e tentare di raffinare il modello.
Dall'analisi presentata in [CatB], ci si potrebbe
aspettare che l'open source abbia un alto rendimento quando (a)
affidabilità, stabilità e misurabilità siano centrali e (b) la
correttezza del design e dell'implementazione non siano efficacemente
verificabili, se non attraverso la revisione reciproca e autonoma. (Il
secondo criterio si ritrova in pratica nella maggior parte dei programmi
non banali).
Il desiderio razionale da parte del consumatore di non ritrovarsi chiuso
nel circuito monopolistico di un fornitore farà aumentare il suo
interesse nei confronti dell'open source (e, di conseguenza, il valore sul
mercato competitivo della scelta open source da parte dei fornitori) via
via che il ruolo del software diventa centrale per il consumatore stesso.
Perciò, un terzo criterio (c) spinge verso l'open source qualora il
software sia un bene capitale di vitale importanza per l'impresa (come
avviene, per esempio, nei dipartimenti aziendali di gestione
informatica).
Per quanto riguarda l'area di applicazione, abbiamo osservato sopra come
un'infrastruttura open source crei fiducia e simmetria che, nel tempo,
tenderanno ad attrarre nuova clientela e a vincere nella competizione
contro il software commerciale; e, spesso, è meglio avere una quota più
piccola di questo mercato in rapida espansione piuttosto che una quota più
grande di un mercato esclusivamente commerciale e in stagnazione. Di
conseguenza, per l'infrastruttura software, una strategia open source che
miri all'ubiquità ha più probabilità di rivelarsi remunerativa nel
lungo periodo rispetto a una strategia commerciale che miri
all'ottenimento dei diritti di proprietà intellettuale.
In effetti, la capacità da parte dei potenziali clienti di ragionare
sulle future conseguenze delle strategie del produttore e la loro
riluttanza ad accettare il monopolio di un fornitore implica una
limitazione più stringente: senza godere ancora di un indiscusso potere
sul mercato, si può scegliere o una strategia di ubiquità open source o
una strategia che punti a un guadagno diretto derivante dal software
commerciale, ma non entrambe. (Esempi analoghi di questo principio sono
riscontrabili altrove, per esempio sui mercati elettronici, in cui,
spesso, i clienti rifiutano di acquistare profili costituiti dal solo
codice sorgente.) L'esempio può anche essere presentato in termini meno
negativi: dove domina l'effetto rete (gli effetti positivi delle
cosiddette "esternalità di rete" ([note]
Esternalità di rete: il termine "esternalità" si riferisce,
nel lessico del business, agli effetti indiretti esercitati da un utente
su altri utenti della stessa rete. Il principio su cui si basa il concetto
di "effetto rete" con tutti i suoi corollari, è quello secondo
cui il valore di un bene aumenta con il numero dei suoi utenti. In base a
questo principio, il valore di Internet o di un software, aumenta
proporzionalmente al numero di utenti della Rete o del software (N.d.T).)
), è probabile che l'open source sia la formula vincente.
Potremmo riassumere questa logica osservando che l'open source sembra
raggiungere il massimo dell'efficacia nell'aumentare i profitti rispetto
al software commerciale, per software che (d) istituiscano o abilitino una
comune infrastruttura di calcolo e comunicazioni.
Infine, si può evidenziare il fatto che i fornitori di servizi unici o
anche solo altamente differenziati hanno più ragioni di temere la copia
dei loro metodi da parte della concorrenza, rispetto ai produttori di
servizi i cui algoritmi centrali e conoscenze di base siano largamente
noti. Di conseguenza, l'open source ha più possibilità di prevalere
quando (e) i metodi di punta (o equivalenti funzionali) fanno parte delle
comuni conoscenze ingegneristiche.
Il core software di Internet, Apache e l'implementazione Linux dell'Application
Program Interface (API) Unix con standard ANSI rappresentano esempi
canonici di tutti e cinque i criteri. Il cammino verso l'open source
nell'evoluzione di tali mercati è bene illustrato dal ritorno di
convergenza dei dati su reti TCP/IP a metà degli anni Novanta, dopo
quindici anni di tentativi falliti di costruire imperi con protocolli
commerciali come DECNET, XNS, IPX e simili.
D'altra parte, la scelta dell'open source è assai meno sensata per le
imprese che abbiano in loro possesso esclusivo una tecnologia software
generante valore (cioè che soddisfi strettamente il criterio (e)) che sia
(a) relativamente insensibile ai guasti; (b) facile da verificare con
mezzi diversi dalla revisione reciproca e autonoma; e che non sia (c)
centrale per l'impresa. Inoltre, il suo valore non deve poter aumentare in
modo significativo (d) per l'effetto rete o per l'ubiquità.
Un esempio di questo caso estremo risale agli inizi del 1999, quando mi fu
chiesto "Ci consiglia di passare all'open source?" da una società
di software per il calcolo di schemi di taglio per segherie, che
desiderava estrarre la maggior metratura possibile di assi dai tronchi di
legname. La mia conclusione è stata "No". L'unico criterio che
questo prodotto soddisfaceva, e neanche completamente, era il (c); ma al
limite, un operatore esperto sarebbe anche in grado di realizzare gli
schemi di taglio a mano.
Un punto importante è che la posizione di un prodotto su questa scala può
variare nel tempo, come vedremo nel seguente caso di studio.
Riassumendo, le seguenti discriminanti fanno propendere per l'open source:
(a) affidabilità/ stabilità/ misurabilità sono fondamentali;
(b) la correttezza del design e dell'implementazione non possono essere
verificate efficacemente se non tramite la revisione reciproca e
indipendente;
(c) il software è di vitale importanza per il controllo dell'impresa da
parte dell'utente;
(d) il software istituisce o abilita una comune infrastruttura di calcolo
e comunicazioni;
(e) i metodi di punta (o loro equivalenti funzionali) fanno parte delle
comuni conoscenze ingegneristiche. (up)
10.3
Doom: un caso di studio
La storia del best seller fra i giochi della famiglia Id Software illustra
alcuni modi in cui la pressione del mercato e l'evoluzione del prodotto
possano modificare radicalmente l'entità dei vantaggi del software
commerciale nei confronti dell'open source.
Quando Doom fu lanciato per la prima volta, alla fine del 1993, la sua
animazione in prima persona e in tempo reale lo rendeva unico nel suo
genere (l'antitesi del criterio (e)). L'impatto visivo della tecnica non
era soltanto sorprendente: addirittura, per molti mesi, nessuno riuscì a
capacitarsi di come fosse stato ottenuto, con i microprocessori
scarsamente potenti di quei tempi. Questi bit segreti erano in grado di
fruttare moltissimo. Inoltre, il rendimento potenziale da open source era
basso. Come gioco individuale, il software:
(a) comportava costi tollerabili in caso di guasto,
(b) non era terribilmente difficile da sottoporre a verifica,
(c) non era centrale per l'attività dei consumatori,
(d) non beneficiava dell'effetto rete.
Quindi, era razionale, in termini economici, che Doom fosse
commerciale.
Tuttavia, il mercato intorno a Doom non rimase fermo. La futura
concorrenza inventò equivalenti funzionali delle sue tecniche di
animazione e cominciarono a comparire altri giochi "first-person
shooter", come Duke Nukem. Via via che questi giochi intaccavano la
quota di mercato di Doom, diminuiva il valore dei bit segreti.
D'altra parte, i tentativi di espandere la quota di mercato si scontrarono
con nuove sfide tecniche: maggiore affidabilità, più schemi di gioco,
aumento dell'utenza di base e piattaforme multiple. Con l'avvento del
"deathmatch" multiplayer e dei servizi di simulazione Doom, il
mercato ha iniziato a mostrare un significativo effetto di rete. Tutto ciò
impegnava il tempo dei programmatori, che Id avrebbe preferito dedicare al
gioco successivo.
Tutte queste tendenze accrebbero i vantaggi della disponibilità del
codice sorgente. A un certo punto, le curve dei guadagni si incontrarono
e, per Id, divenne economicamente razionale portare Doom a open source,
per poi spostarsi, per fare profitti, su mercati secondari, come quello
delle antologie di schemi di gioco. E qualche tempo dopo, tutto questo è
successo veramente. Il codice sorgente completo di Doom fu diffuso alla
fine del 1997. (up)
10.4
Capire quando è il momento
Doom rappresenta un interessante caso di studio, in quanto non è né un
sistema operativo, né un software di comunicazioni in rete. Pertanto, è
assai lontano dagli esempi ovvi e canonici di successo nel settore open
source. Anzi, il ciclo vitale di Doom, compreso il cambiamento di
categoria, potrebbe assurgere a esempio del ciclo vitale delle
applicazioni software nell'odierna ecologia del codice: un ambiente in cui
le comunicazioni e il calcolo distribuito creano seri problemi di
resistenza, affidabilità e misurabilità affrontabili soltanto con la
revisione reciproca, ma anche frequenti passaggi di categoria sia tra vari
ambienti tecnici, sia tra attori in concorrenza (con tutte le relative
questioni di fiducia e simmetria).
Doom si è evoluto da gioco individuale a deathmatch. L'effetto rete si
identifica sempre più con l'elaborazione. Tendenze simili sono sempre più
evidenti anche nelle più consistenti applicazioni aziendali, come i
pacchetti gestionali integrati, via via che le aziende costruiscono reti
più fitte con i fornitori e con la clientela: e sono implicite,
naturalmente, nell'intera architettura del World Wide Web. Ne consegue che
quasi ovunque, i vantaggi dell'open source sono in crescita
costante.
Se si manterranno le tendenze attuali, la sfida centrale della tecnologia
del software e della gestione dei prodotti, nel prossimo secolo, sarà
comprendere quando sia il momento buono per agire, cioè quando consentire
al codice commerciale di passare all'infrastruttura open source, per
sfruttare gli effetti della revisione reciproca e attrarre maggiori
guadagni nel settore dei servizi e sui mercati secondari.
Sono ovvi gli incentivi economici dell'indovinare il punto critico per il
cambio di categoria, non superandolo, né precedendolo di troppo. Oltre a
questo, attendere troppo a lungo comporta un serio rischio di opportunità:
quello di essere battuti da un concorrente che opti per l'open source
nella stessa nicchia di mercato.
La ragione per cui si tratta di una questione seria è che, per qualsiasi
categoria di prodotto, la risorsa rappresentata dalla clientela, così
come le risorse di talento disponibili per il reclutamento nella
cooperazione open source, sono limitate e il reclutamento tende a
mantenersi nel tempo. Se due produttori sono rispettivamente il primo e il
secondo a diffondere due codici sorgente in competizione tra loro e con
funzioni pressoché uguali, il primo ha più possibilità di attrarre il
maggior numero di utenti e la maggioranza dei co-sviluppatori, nonché i
più motivati. Il secondo dovrà accontentarsi degli avanzi. Il
reclutamento tende a mantenersi, anche perché gli utenti prendono
dimestichezza col prodotto e gli sviluppatori investono il loro tempo nel
codice stesso. (up)
11
L'ecologia aziendale dell'open source
La comunità open source si è organizzata in modo tale da tendere ad
amplificare gli effetti di produttività dell'open source stesso. Nel
mondo di Linux, in particolare, è significativo, in termini economici, il
fatto che ci siano più distributori di Linux, in concorrenza tra loro,
che costituiscono una categoria a parte rispetto agli sviluppatori.
Gli sviluppatori scrivono il codice e lo rendono disponibile su Internet.
Ogni distributore seleziona un certo sottoinsieme del codice disponibile,
lo integra, costruisce i pacchetti, gli dà un nome, per poi venderlo ai
clienti. Gli utenti possono scegliere il tipo di distribuzione e possono
anche completare una distribuzione scaricando il codice direttamente dai
siti degli sviluppatori.
L'effetto di questa separazione di categorie è di creare un mercato assai
fluido, che lascia spazio al miglioramento. Gli sviluppatori competono tra
loro per l'attenzione di distributori e utenti, sulla qualità dei loro
software. I distributori competono per ottenere il denaro degli utenti,
sull'appropriatezza delle loro politiche di selezione, nonché sul valore
che possono aggiungere al software.
Un effetto di primo ordine, in questa struttura interna del mercato, è
che nessun nodo della rete è indispensabile. Gli sviluppatori possono
recedere dall'attività e, anche se la loro porzione del codice di base
non viene rilevata direttamente da un altro sviluppatore, la competizione
per l'attenzione tenderà a generare rapidamente alternative funzionali. I
distributori possono fallire senza danneggiare o compromettere la base
comune del codice open source. L'ecologia, tutto sommato, ha una risposta
più rapida alle esigenze di mercato e maggiori capacità di resistere ai
traumi e di rigenerarsi, di quanto non potrà mai raggiungere una
qualsiasi struttura monolitica che tratti sistemi operativi
commerciali.
Un altro effetto importante è la diminuzione delle spese aggiuntive,
accompagnata da un aumento dell'efficienza, dovuto alla specializzazione.
Gli sviluppatori non subiscono le pressioni che compromettono abitualmente
i progetti commerciali tradizionali, trasformandoli in veri e propri
gineprai: niente liste insensate e fuorvianti di obblighi di marketing,
niente ordini da parte della direzione di utilizzare linguaggi o ambienti
fuori luogo e sorpassati, niente richieste di riscoprire l'acqua calda nei
modi più assurdi e disparati in nome della differenziazione del prodotto
o della tutela della proprietà intellettuale e (cosa più importante)
niente scadenze. Niente tour de force per lanciare la versione 1.0 prima
ancora che sia pronta: e questo (come osservano DeMarco e Lister nella
loro trattazione dello stile gestionale denominato "svegliatemi
quando è finita", in [D1] ), generalmente,
conduce non soltanto a un incremento della qualità, ma anche alla massima
rapidità nella distribuzione di risultati veramente operativi.
I distributori, d'altra parte, finiscono per specializzarsi nei compiti
che possono svolgere nel modo più efficace. Liberi dalla necessità di
sostenere progetti consistenti e continuativi per lo sviluppo del software
soltanto per rimanere competitivi, possono concentrarsi sull'integrazione
dei sistemi, sulla creazione di pacchetti, sulle garanzie di qualità e
sui servizi.
Sia i distributori, sia gli sviluppatori si attengono ai principi di
correttezza, costantemente interpellati e controllati come sono dalla loro
utenza: anche questo è parte integrante del metodo open source. (up)
12
Affrontare il successo
La Tragedia dell'area comune potrebbe non essere applicabile allo sviluppo
open source così come lo vediamo oggi, ma questo non significa che non
sussistano i presupposti per chiedersi se l'attuale vigore della comunità
open source sia sostenibile. I giocatori di punta abbandoneranno la
cooperazione con la crescita dei guadagni?
Sono molti i livelli a cui si può porre questo quesito. Il nostro
contro-racconto della "Commedia dell'area comune" si basa sul
presupposto che il valore del contributo individuale all'open source sia
difficile da tradurre in moneta. Ma questo presupposto è assai meno
solido per le aziende (per esempio, i distributori di Linux) che godono già
di un flusso di profitti legati all'open source. Il loro contributo viene
già tradotto quotidianamente in moneta. Il loro ruolo cooperativo,
quindi, può considerarsi stabile? L'esame di questo quesito ci condurrà
a un'analisi interessante dell'economia del software open source nel mondo
reale contemporaneo e di ciò che implica, per l'industria del software
del domani, un vero e proprio paradigma da industria dei servizi.
A livello pratico, applicata alla comunità open source come la conosciamo
oggi, questa domanda viene formulata, solitamente, in due modi diversi. Il
primo: Linux si frammenterà? Il secondo: di converso, Linux finirà per
diventare un attore dominante, quasi monopolistico?
L'analogia storica che molti adottano nell'ipotizzare che Linux si
frammenti è il comportamento dei produttori di versioni di Unix
proprietarie negli anni Ottanta. Nonostante infinite discussioni sugli
standard open source, nonostante numerose alleanze, consorzi e accordi, lo
Unix proprietario è andato in pezzi. Il desiderio da parte dei produttori
di differenziare i loro prodotti, aggiungendo o modificando le
applicazioni del sistema operativo, si è dimostrato maggiore
dell'interesse ad aumentare il volume totale del mercato Unix, mantenendo
la compatibilità (e di conseguenza abbassando sia i vincoli d'ingresso
agli sviluppatori autonomi di software, sia il costo totale del diritto di
proprietà per i consumatori).
È abbastanza improbabile che questo avvenga a Linux, per il semplice
motivo che tutti i distributori sono costretti a lavorare a partire da una
base comune di codice open source.
Per nessuno di loro è veramente possibile mantenere la differenziazione,
perché le licenze sotto cui ricade il codice di Linux li obbligano, in
effetti, a condividere il codice con tutte le parti coinvolte. Nel momento
in cui un distributore sviluppa una caratteristica, tutti i concorrenti
sono liberi di clonarla.
Poiché tutte le parti comprendono questo concetto, nessuno pensa anche
lontanamente di intraprendere il genere di manovre che hanno frammentato
lo Unix proprietario. Al contrario, i distributori di Linux sono vincolati
a competere con modalità che apportano benefici al consumatore e al
mercato in generale. Devono, cioè, competere sui servizi e
sull'assistenza, e la scommessa del loro design consiste nell'individuare
le interfacce che portano alla facilità di installazione e di
utilizzo.
La base comune del codice sorgente preclude anche la possibilità di
monopolio. Quando gli operatori di Linux se ne preoccupano, solitamente si
mormora il nome "Red Hat", quello del più grande e fortunato
dei distributori (con una quota di mercato stimata a circa il 90% negli
Stati Uniti). Ma è degno di nota il fatto che, pochi giorni dopo
l'annuncio, nel maggio 1999, dell'attesissimo lancio di Red Hat 6.0 (prima
ancora che i CD-ROM di Red Hat venissero distribuiti in quantità
significative), le immagini dei CD-ROM appena rilasciati, create a partire
dal sito FTP pubblico di Red Hat, venivano già pubblicizzate da un
editore e da diversi altri distributori di CD-ROM, a prezzi inferiori
rispetto al presunto listino della Red Hat.
La Red Hat non ha fatto una piega, perché i fondatori capiscono molto
chiaramente di non possedere e di non poter possedere i bit del loro
prodotto: le norme sociali della comunità Linux lo proibiscono. In un
recente commento alla famosa affermazione di John Gilmore secondo cui
Internet interpreta la censura come un danno e aggira l'ostacolo, è stato
detto giustamente che la comunità hacker che si occupa di Linux
interpreta i tentativi di controllo come un danno e le aggira. Se Red Hat
avesse protestato per la clonazione in anteprima del suo ultimissimo
prodotto, la sua possibilità di ottenere la cooperazione della comunità
degli sviluppatori, in futuro, ne sarebbe uscita seriamente
compromessa.
L'elemento forse più importante, al giorno d'oggi, è che le licenze per
i software che esprimono queste regole comunitarie in forma vincolante a
livello legale, proibiscono esplicitamente a Red Hat di monopolizzare il
codice sorgente su cui si basa il loro prodotto. L'unica cosa che possono
vendere è una relazione marca/servizio/assistenza con persone che
scelgano liberamente di pagarsela. Non si tratta di un contesto in cui la
possibilità di un monopolio predatore incomba pericolosamente. (up)
13
Ricerca e sviluppo open source e reinvezione del patrocinio
Esiste anche un altro senso in cui l'afflusso di denaro sta cambiando il
mondo dell'open source. Sempre più, i migliori talenti della comunità
scoprono di poter essere pagati per quello che desiderano fare, anziché
coltivare l'open source come un hobby finanziato da un altro lavoro
diurno. Le società come Red Hat, O'Reilly Associates e VA Linux Systems
stanno costituendo un vero e proprio sistema per la ricerca
semi-indipendente con contratti per assumere e mantenere talenti open
source in pianta stabile.
Ciò ha senso, in termini economici, solo se il costo pro capite della
gestione di un laboratorio del genere può essere facilmente assorbito dai
guadagni presunti che l'azienda otterrà, facendo crescere più
velocemente il mercato. O'Reilly può permettersi di stipendiare i
principali autori di Perl e Apache per la gestione dei loro prodotti,
perché si aspetta che il loro operato consenta di vendere più libri su
Perl ed Apache. VA Linux Systems può investire nei suoi laboratori perché
i miglioramenti apportati a Linux fanno aumentare il valore d'uso delle
workstation e dei server che vende l'impresa. Infine, Red Hat finanzia i
Laboratori di Sviluppo Avanzato Red Hat per aumentare il valore della sua
offerta Linux e attrarre nuova clientela.
Per gli strateghi dei settori più tradizionali dell'industria del
software, cresciuti in culture che considerano la proprietà intellettuale
protetta da un brevetto (o dal segreto commerciale) come la punta di
diamante di una società, questo comportamento può sembrare (nonostante
il suo effetto di crescita sul mercato) inesplicabile. Perché mai
finanziare una ricerca di cui ogni singolo concorrente è libero (per
definizione) di appropriarsi a costo zero?
Sembrano esserci due ragioni dominanti. La prima è che, finché queste
imprese restano leader nella loro nicchia di mercato, possono prevedere di
aggiudicarsi la parte del leone dei proventi di un progetto di Ricerca e
Sviluppo open source. D'altronde, l'utilizzo di Ricerca e Sviluppo per
attrarre nuovi profitti non è certo un'idea originale: ciò che è
interessante, piuttosto, è il calcolo implicito secondo cui i presunti
guadagni futuri saranno sufficientemente ampi da permettere alle imprese
di sopportare tranquillamente il free riding.
Se questa analisi basata sul presunto valore futuro è necessaria in un
mondo di capitalisti agguerriti con gli occhi puntati sulla redditività
del capitale investito, tuttavia non rappresenta la spiegazione più
interessante del reclutamento di talenti, in quanto le aziende stesse
propongono un'analisi più nebulosa. Interrogate, vi risponderanno che
stanno soltanto facendo la cosa giusta per la comunità da cui provengono.
Ma il vostro umile scrittore conosce abbastanza i vertici di tutte e tre
le imprese citate sopra per confermare che queste solenni affermazioni non
possono essere bollate come imbrogli. Anzi, io stesso fui assunto da VA
Linux Systems alla fine del 1998, con la funzione esplicita di consigliare
loro "la cosa giusta", e li trovai assai ben disposti ad
ascoltarmi.
Un economista ha il diritto di chiedere quale guadagno sia in gioco. Se
siamo d'accordo che il discorso di fare la cosa giusta non è frutto di
una vana dissimulazione, poi dovremo scoprire qual è l'interesse per
l'azienda a fare "la cosa giusta". E la risposta, in sé, non è
né sorprendente né difficile da verificare, a patto che si ponga la
domanda giusta. Come altri comportamenti apparentemente altruistici in
altre industrie, ciò che queste imprese contano di acquistare, in
effetti, è la simpatia nei confronti dell'azienda e dei suoi
prodotti.
Neanche l'idea di lavorare per guadagnarsi simpatia e valutarla come un
bene in grado di predire i futuri guadagni sul mercato, è nuova. Ciò che
è interessante è l'alta considerazione in cui le imprese tengono questa
simpatia, come indica il loro comportamento. È dimostrabile che esse sono
disposte ad assumere talenti, anche costosi, per progetti che non generano
profitti diretti, perfino nelle fasi in cui c'è più bisogno di capitali,
come nei periodi immediatamente precedenti l'offerta primaria di
azioni.
I vertici di queste imprese sono abbastanza espliciti circa le ragioni per
cui ritengono particolarmente importante la simpatia da parte della
clientela. Contano molto sul lavoro volontario della clientela di base,
sia per lo sviluppo dei prodotti, sia come strumento di marketing
informale. Il loro rapporto con la clientela di base è profondo e spesso
fa leva su legami di fiducia personale tra individui all'interno e
all'esterno di una data impresa.
Queste osservazioni corroborano una lezione che abbiamo appreso in
precedenza, da una diversa linea di ragionamento. La relazione tra Red Hat,
VA, O'Reilly, la loro clientela e i loro sviluppatori non è tipica
dell'impresa industriale. Ci mostra, piuttosto, un caso estremo e
interessante che riproduce le caratteristiche delle industrie di servizi
basate sul capitale intellettuale. Spaziando al di fuori delle industrie
tecnologiche, riscontriamo questi parametri (per esempio) negli studi
legali associati, nelle aziende mediche e nelle università.
In effetti, potremmo rilevare che le aziende di open source assumono
hacker di primo piano più o meno per la stessa ragione per cui le
università assumono studiosi di primo piano. In entrambi i casi, abbiamo
un procedimento simile, per meccanismi ed effetti, al sistema del
mecenatismo, che finanziava le belle arti fino alla Rivoluzione
Industriale: si tratta di una somiglianza di cui alcune parti in causa
sono perfettamente consapevoli. (up)
14 Come
arrivarci
I meccanismi di mercato che consentono di finanziare (e di trarne
profitti!) lo sviluppo open source sono ancora in rapida evoluzione. I
modelli aziendali che abbiamo passato in rassegna in questo saggio non
saranno probabilmente gli ultimi a essere inventati. Gli investitori
stanno ancora pensando attentamente alle conseguenze della reinvenzione
dell'industria del software come struttura esplicitamente concentrata sui
servizi, anziché sulla proprietà intellettuale esclusiva, e
continueranno ancora per un bel po'.
Questa rivoluzione concettuale avrà dei costi sui vecchi profitti di chi
investe nel 5% dell'industria che fa ancora leva sul valore di vendita:
storicamente, le imprese nei servizi sono meno remunerative di quelle
industriali (anche se, come qualsiasi medico o avvocato potrà
confermarvi, i redditi degli addetti ai lavori, solitamente, sono più
alti). Ma tutti questi profitti persi saranno più che colmati dai
vantaggi in termini di spesa, visto che i consumatori di software si
assicurano fortissimi risparmi e maggiore efficienza, con l'open source.
(Si può istituire un parallelo, qui, con gli effetti che la sostituzione
di Internet alla tradizionale rete telefonica vocale sta esercitando
ovunque).
La promessa di tanto risparmio ed efficienza è di creare un'opportunità
di mercato che imprenditori e investitori si stanno preparando a
sfruttare. Mentre era in preparazione la prima bozza di questo saggio, la
più prestigiosa società d'investimento in capitale di rischio della
Silicon Valley ha acquisito quote di maggioranza nella prima società di
inserimento specializzata nell'assistenza tecnica a Linux ventiquattro ore
su ventiquattro, sette giorni alla settimana. Ci si aspetta che, prima
della fine del 1999, verranno lanciate diverse offerte primarie di azioni
relative a Linux e ad altri progetti open source e che riporteranno un
discreto successo.
Un altro sviluppo assai interessante è rappresentato dai primi tentativi
sistematici di costruire mercati specifici per lo sviluppo open source.
SourceXchange e CoSource rappresentano due tentativi leggermente diversi
di applicazione del modello di "asta inversa" ("reverse
auction") ([note] Reverse auction: neologismo coniato
nel 1996 da Hal Segal, fondatore dell'azienda TravelBid. Si tratta di
un'asta in cui i compratori elencano gli articoli o prodotti (anche
finanziari) che intendono acquistare, mentre i venditori ne propongono i
prezzi. Si tratta di un tipo di asta che lascia più spazio all'acquirente
rispetto alle tradizionali aste all'inglese e all'olandese, in quanto è
il compratore a stabilire gli esatti requisiti del prodotto di suo
interesse, anziché basare il proprio acquisto, come avviene nelle aste
tradizionali, sulle caratteristiche presentate dal venditore (N.d.T).) al
finanziamento dello sviluppo open source.
Le tendenze generali sono chiare. Abbiamo già citato le proiezioni dell'IDC
secondo cui Linux crescerà più velocemente di tutti gli altri sistemi
operativi messi insieme fino al 2003. Apache è al 61% della quota di
mercato ed è in crescita costante. L'utilizzo di Internet è in crescita
esponenziale e i sondaggi come Internet Operating System Counter mostrano
che Linux e altri sistemi operativi open source sono già maggioritari tra
gli host che navigano Internet e in costante recupero rispetto ai sistemi
commerciali. La necessità di utilizzare infrastrutture Internet open
source condiziona sempre più non soltanto il design di altri software, ma
anche le strategie d'impresa e gli schemi di utilizzo/acquisto di software
per tutte le società esistenti. Queste tendenze, in linea di massima,
sembrano orientate ad accelerare. (up)
15
Conclusioni: la vita dopo la rivoluzione
Che aspetto avrà il mondo del software una volta completata la
transizione all'open source? Per rispondere a questa domanda, sarà utile
suddividere i software in base al grado di completezza con cui i loro
servizi sono descrivibili secondo gli standard tecnici dell'open source,
il che collima perfettamente col grado di mercificazione che ormai
caratterizza il servizio di base.
Quest'asse corrisponde abbastanza bene a quello che si immagina
generalmente, quando si pensa ad "applicazioni" (niente affatto
mercificate, con standard tecnici open source deboli o addirittura
inesistenti), "infrastrutture" (servizi mercificati, con
standard rigidi) e "prodotti middleware" (parzialmente
mercificati, con standard tecnici efficaci ma incompleti).
I casi canonici di oggi, nel 1999, potrebbero essere un word processor
(applicazione), uno stack TCP/IP (infrastruttura) e un motore di banca
dati (prodotto middleware).
La precedente analisi del vantaggio in termini di guadagno lasciava
intendere che infrastrutture, applicazioni e prodotti middleware si
sarebbero trasformati in modi diversi e avrebbero presentato diverse
combinazioni di equilibrio tra open source e software commerciale.
Lasciava intendere altresì, lo ricordiamo, che la prevalenza dell'open
source in un determinato settore del software sarebbe stata una funzione
dell'entità dell'effetto rete, dei costi per eventuali guasti e del grado
di importanza del software in qualità di bene capitale per
l'azienda.
Possiamo azzardare alcune previsioni, applicando questi criteri euristici
non già ai singoli prodotti, ma a interi settori del mercato del
software. Cominciamo subito.
Le infrastrutture (Internet, Web, sistemi operativi e i livelli più bassi
del software di comunicazione che deve attraversare i confini tra parti in
competizione) saranno quasi tutte open source, mantenute in cooperazione
tra consorzi di utenti e strutture di distribuzione/servizi a scopo di
lucro con un ruolo come quello attualmente ricoperto da Red Hat.
Le applicazioni, d'altra parte, avranno una tendenza prevalente a restare
commerciali. Si presenteranno circostanze in cui il valore d'uso di un
algoritmo o di una tecnologia non divulgati sarà abbastanza alto (e in
cui i costi associati all'inaffidabilità saranno abbastanza bassi e i
rischi associati al monopolio del fornitore sufficientemente sopportabili)
per far sì che i consumatori continuino a pagare per un software
commerciale. L'ambiente in cui il permanere di questa situazione è più
probabile sono le applicazioni indipendenti sui mercati verticali, dove
l'effetto rete è debole. L'esempio già citato delle segherie è uno di
questi: è altamente probabile che un altro sia rappresentato dai software
di identificazione biometrica, secondo le ultime previsioni del
1999.
I prodotti middleware (come i database, gli strumenti di sviluppo e gli
strati personalizzati più elevati degli stack di protocolli delle
applicazioni) rappresenteranno una categoria più mista. La tendenza delle
categorie middleware a presentarsi come commerciali o open source dipende,
probabilmente, dai costi associati ai guasti, dove costi maggiori
esercitano pressioni di mercato per una maggiore disponibilità del codice
sorgente.
Per completare la descrizione, comunque, occorre far notare che né le
"applicazioni" né i "prodotti middleware" sono
categorie stabili. Nel capitolo dal titolo "Capire quando è il
momento", abbiamo visto che le singole tecnologie software sembrano
attraversare un vero e proprio ciclo di vita naturale che le porta da
razionalmente commerciali a razionalmente open source. La stessa logica si
applica su grande scala.
Le applicazioni tendono a ricadere nella categoria dei prodotti middleware,
via via che si sviluppano tecniche standardizzate e che alcune porzioni
del servizio vengono mercificate. (I database, per esempio, sono diventati
prodotti middleware da quando SQL ha separato l'interfaccia dal motore).
Più i servizi si mercificano, più tenderanno a ricadere nelle
infrastrutture open source, una transizione che vediamo già in atto nei
sistemi operativi.
In un futuro che comprenda la competizione con l'open source, possiamo
prevedere che, prima o poi, il destino di qualsiasi tecnologia software
sarà o morire o divenire anch'essa parte dell'infrastruttura open source.
Se questa non è proprio una bella notizia per gli imprenditori che
sperano di raccogliere profitti dai software commerciali per sempre, ci
lascia comune intendere che l'industria del software, nel suo insieme,
rimarrà imprenditoriale, con nuove nicchie che si apriranno in
continuazione nella categoria applicativa più alta e con una speranza di
vita limitata per i monopoli IP chiusi, le cui categorie di prodotto
ricadranno nelle infrastrutture.
Alla fine, naturalmente, questo equilibrio sarà ideale perché siano i
consumatori di software a condurre il processo. Sempre più software di
alta qualità diventeranno stabilmente disponibili all'utilizzo e al
perfezionamento, anziché andare fuori produzione o essere chiusi nel
solaio da qualcuno. Per concludere, la pentola magica di Ceridwen è una
metafora troppo debole: perché il cibo si consuma o si deteriora, mentre
i codici sorgente del software, teoricamente, durano per sempre. Il libero
mercato, nel suo senso libertario più ampio, a includere ogni attività
non coercitiva, sia di commercio, sia di dono, può produrre abbondanza di
software per sempre e per tutti. (up)
16
Ringraziamenti
Diverse discussioni stimolanti con David D. Friedman mi hanno aiutato a
raffinare il modello dell'"area comune all'inverso" applicato
alla cooperazione open source. Devo ringraziare anche Marshall van Alstyne
per avermi fatto notare l'importanza concettuale delle informazioni che
danno accesso a un bene competitivo. Ray Ontko dell'Indiana Group mi ha
aiutato con le sue critiche. Mi hanno aiutato anche molte persone che
hanno assistito alle mie conferenze tra giugno 1998 e '99; se siete tra
loro, sapete di chi sto parlando.
Un'ulteriore dimostrazione del modello open source è che questo saggio ha
raggiunto miglioramenti significativi grazie ai consigli che ho ricevuto
via e-mail, pochi giorni prima della pubblicazione. Lloyd Wood mi ha fatto
notare l'importanza del margine di sicurezza dell'open source e Doug Dante
mi ha dato l'idea del modello aziendale "Liberare il futuro".
Una domanda di Adam Moorhouse ha portato alla trattazione dei vantaggi
dell'esclusione. Lionel Oliviera Gresse mi ha fornito una denominazione
migliore per uno dei modelli aziendali. Stephen Turnbull mi ha canzonato
per il trattamento semplicistico dell'effetto free riding. (up)
17 Perché
i driver chiusi fanno perdere soldi ai produttori
I produttori di periferiche hardware (schede Ethernet, schede di controllo
del disco, schede video e simili) sono storicamente restii a passare
all'open source. La situazione sta cambiando, attualmente, con imprese
quali Adaptec e Cyclades che iniziano a diffondere specifiche e codice
sorgente dei driver dalle loro schede. Ciononostante, si trova ancora una
certa resistenza. In questa appendice, tenteremo di chiarire diversi
equivoci economici che ne sono causa.
Se siete produttori di hardware, potreste temere che l'open source riveli
dettagli importanti sul funzionamento del vostro hardware e che la
concorrenza possa copiarlo, riportando ingiustamente un vantaggio
competitivo. Al tempo in cui i cicli di produzione duravano dai tre ai
cinque anni, questa era un'obiezione valida. Oggi, il tempo che
impiegherebbero gli ingegneri della concorrenza per copiare e capire la
copia occuperebbe una parte considerevole del ciclo di produzione e questo
tempo non lo impiegherebbero per innovare o differenziare i loro stessi
prodotti. Il plagio è quindi una trappola in cui a voi fa piacere che la
vostra concorrenza cada.
In ogni caso, questi dettagli non rimangono segreti a lungo, al giorno
d'oggi. I driver hardware non sono come i sistemi operativi, né come le
applicazioni: sono piccoli, facili da disassemblare e semplici da clonare.
Potrebbero farlo anche dei ragazzini, novelli programmatori: e spesso lo
fanno.
Sono letteralmente migliaia i programmatori Linux e FreeBSD che hanno sia
le capacità, sia la motivazione per costruire driver per una nuova
scheda. Per molte classi di dispositivi con interfacce relativamente
semplici e standard ben conosciuti (come le schede controller e di rete),
questi appassionati hacker riescono spesso a prototipare un driver quasi
alla stessa rapidità in cui può farlo il vostro laboratorio, anche senza
documentazione e senza disassemblare un driver esistente.
Anche per dispositivi problematici come le schede video, non si può fare
granché per contrastare un programmatore abile armato di un
disassemblatore. I costi sono contenuti e le barriere legali penetrabili:
Linux è un'opera internazionale, e ci sarà sempre una giurisdizione in
cui il reverse engineering sarà legale.
Per avere prove concrete della verità di queste affermazioni, vi basterà
esaminare la lista di dispositivi supportati dal kernel di Linux o
contenuti negli indici di siti come Metalab riguardanti i driver e notare
la frequenza con cui ne appaiono di nuovi.
Il messaggio? Mantenere segreto il vostro driver sembra una buona idea a
breve scadenza, ma probabilmente, si rivelerà cattiva, alla lunga
(ovviamente, qualora siate in concorrenza con altri produttori che abbiano
già adottato l'open source). Ma se proprio siete costretti a farlo,
memorizzate il codice in una ROM sulla scheda. Poi pubblicatene
l'interfaccia. Adottate l'open source per quanto vi è possibile, per
costruire il vostro mercato e dimostrare alla potenziale clientela che
credete nelle vostre capacità di superare la concorrenza per idee e
innovazioni, quando serve.
Se mantenete la soluzione commerciale, normalmente otterrete il peggio del
peggio: i vostri segreti verranno divulgati, non otterrete assistenza
gratuita allo sviluppo e non avrete fatto perdere tempo ai vostri
concorrenti più stupidi per clonarvi. Ma la cosa più grave è che avrete
perso l'occasione, per i vostri driver, di un'adozione diffusissima e
veloce. Un mercato ampio e importante (formato dai gestori dei server che
fanno funzionare tutta Internet e più del 17% delle banche dati delle
imprese) metterà da parte la vostra azienda, giustamente, considerandola
incompetente e paurosa, perché voi non avrete compreso queste cose. Poi,
compreranno le vostre schede da qualcun altro che invece le avrà capite. (up)
18
Cronologia
Quella presentata è la revisione n. 1.14
Le versioni non descritte in questa sede contengono aggiustamenti
editoriali e tipografici.
20 maggio 1999, versione 1.1: bozza iniziale
18 giugno 1999, versione 1.2: prima versione privata a scopo di
revisione
24 giugno 1999, versione 1.5: prima pubblicazione
24 giugno 1999, versione 1.6: aggiustamenti: tentativo di definizione di
"hacker"
24 giugno 1999, versione 1.7: aggiustamenti: delucidazione del criterio
(e)
24 giugno 1999, versione 1.9: "margine di sicurezza", modello
"Liberare il futuro" e aggiunta di una nuova sezione sui
vantaggi dell'esclusione
24 giugno 1999, versione 1.10: migliore denominazione del modello delle
"Lame da rasoio"
25 giugno 1999, versione 1.13: correzione al 13% della dichiarazione sui
guadagni di Netscape; aggiunta di un'esposizione più completa
dell'effetto free riding, correzione della lista di protocolli commerciali
25 giugno 1999, versione 1.14: aggiunta di e-smith, inc.
9 luglio 1999, versione 1.15: nuova appendice sui driver hardware e
miglioramenti della spiegazione dei beni competitivi, con la consulenza di
Rich Morin.
30 settembre 1999 traduzione in italiano di Sabrina Fusari. (up)
References
The
Cathedral and the Bazaar [Tr. it La cattedrale e il
bazaar]
References
Homesteading
the Noosphere [Tr. it Colonizzare la noosfera]
References
De Marco, Lister, Peopleware: Productive Projects and Teams (New York,
Dorset House, 1987; ISBN 0-932633-05-6)
References
Shawn Hargreaves ha scritto una buona analisi dell'applicabilità dei
metodi open source ai giochi; Playing the Open Source Game
[1]
1995-1999 Apogeo srl, Milano URL: http://www.apogeonline.com/openpress/doc/calderone.html
(^)
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